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sabato 25 ottobre 2025

“Shi shi bo-bo shi! Pioggia pioggia!” Ritratto d’Acqua e di Voce.



C’è un sorriso che precede la voce, nel canto di Silvana Licursi. Lo si avverte subito, prima ancora che la frase onomatopeica prenda forma. Quando attacca quel «shi-shi bo-bo shi… pioggia pioggia…» è come se si aprisse una finestra su un mondo liquido e gentile: la musica non cala dall’alto come un temporale improvviso, ma arriva pian piano, come la pioggia buona che si posa sulle cose e le sveglia con dolcezza.

Dal punto di vista tecnico, la voce di Silvana vive in una tessitura medio-alta che le permette due magie complementari: da un lato accarezza, con un’emissione leggera, rotonda, mai dura;
dall’altro
percuote, trasformandosi essa stessa in ritmo, soprattutto nelle sillabe ripetute, scandite come colpi d’acqua.

Il risultato è un gioco tra melodia e percussione vocale: la voce non si limita a “cantare”, ma diventa strumento, diventa pioggia, diventa battito.

Il ritmo è incalzante ma affettuoso: non pressa, non ingabbia, semmai invita. Gli accenti iterati di “shi-shi” e “bo-bo” creano un pattern ostinato, quasi un piccolo ostinato bachiano ma filtrato attraverso la spontaneità popolare, lieve e gioiosa. È un ritmo onomatopeico e sensoriale, fatto per entrare nelle ossa prima ancora che nella mente. Una volta dentro, ti dondola come una culla: tic-tic, tac-toc, goccia dopo goccia, passo dopo passo.

Dal punto di vista timbrico, la cantante utilizza un registro luminoso, con armonici chiari che aprono lo spettro sonoro e donano brillantezza. Non c’è asprezza: anche quando spinge, conserva umanità, conserva calore, come se ogni nota fosse data, non lanciata. È il calore di chi canta per qualcuno, non davanti a qualcuno.

E poi c’è l’immagine: la pioggia. Ripetuta, evocata, nascosta nel ritmo, mostrata nel testo. È pioggia-ritmo, pioggia-respiro, pioggia-ripetizione. La musica lavora come lavora l’acqua: scava, insinua, rasserena, pulisce.

C’è un punto, nell’ascolto, in cui l’orecchio smette di analizzare. Il corpo prende il sopravvento, e la mente si lascia cullare. In quel momento, voce e ritmo coincidono con una sensazione: leggerezza.

Quando il brano termina, non lascia un silenzio “vuoto”, ma un silenzio bagnato, pieno di riflessi e risonanze interiori. Come quando smette di piovere e tutto è più lucido, più nitido, più vero.
Rimane la sua eco: una carezza sulla pelle dell’aria, una goccia che scivola lenta,
una vibrazione che non ha fretta di dissolversi.

E allora capisci che questa musica — semplice e ipnotica, tecnica e affettiva, ritmica e melodiosa non la ascolti soltanto: la vivi. Ti entra dentro piano, come l’acqua buona, e ci rimane.

C’è qualcosa di tenero e familiare, nel momento esatto in cui la voce inizia a giocare con le parole: «shi shi bo-bo shi… pioggia pioggia…». È come se qualcuno bussasse piano al cuore, con la dolcezza di una mano amica che ti sfiora la spalla per dirti: “Ehi, ascolta, sto per raccontarti una storia d’acqua e di respiro.”

La voce di Silvana non corre: danza. Ha una tessitura che abbraccia, prima ti sfiora leggera, come la prima goccia sul viso, poi sale e si espande con quella grana viva, intensa, meravigliosamente umana. E mentre canta, non ti sembra solo di sentire dei suoni: ti sembra di sentire lei, la sua presenza, la sua tenerezza, il suo gioco.

Il ritmo incalza ma non aggredisce: è un ritmo bambino e primordiale, uno sgocciolio del mondo, un “tic-tic tic-tic” che sorride. Le onomatopee diventano piccole gocce felici: shi-shi, bo-bo, shi… e tu sei lì, come affacciato alla finestra, col naso contro il vetro, a guardare una pioggia che non fa paura: una pioggia che consola.

C’è un momento, nell’ascolto, in cui smetti di pensare. Ti accorgi che stai quasi respirando a tempo, e che dentro di te quell’acqua musicale ha fatto spazio. Ti sentirai più leggero, più morbido, come la terra quando finalmente si lascia bagnare. La voce della cantante ti accompagna sotto un tetto di nuvole buone, quelle che arrivano per far pace con l’aria.

E quando il brano finisce, resta un’eco che non è rumore: è una carezza sonora.
Un piccolo ricordo che dice:
“Sono stata qui. Ho danzato con te. Tornerò, ogni volta che ne avrai bisogno.”

Dedicato a Carlotta.





domenica 19 ottobre 2025

La Bambina e il Borgo. Dedicato a tutti i bambini di Portocannone ( Anna M. Ragno).

Ci sono luoghi dove il tempo non è una strada che corre, ma un cortile che torna. Luoghi piccoli, raccolti, appesi fra cielo e terra, dove l’aria sa di pane e di mare lontano, e le voci rimbalzano tra pietre antiche. Portocannone è uno di quei luoghi: un microcosmo sospeso, un minuscolo universo mitico che vive ancora nella lingua arbëreshe, nelle storie delle nonne sedute sulla soglia, nelle ninna-nanne che scendono lente come filo invisibile tra il sonno dei bambini e la memoria degli antenati.


I bambini di Portocannone ricordano Silvana Licursi
durante la visita del Presidente dell'Albania.

Ascoltando Silvana Licursi, la sensazione è proprio questa: tornare. Non soltanto a un luogo fisico, ma a un’origine emotiva, a un ritmo umano: a un mondo in cui ogni immagine è simbolo e ogni gesto è rito. In questo contesto la musica delle comunità alloglotte del Sud custodisce immagini, gesti e memorie sospese tra cielo e terra.

Qifti, il Falco, non è solo un canto: è volo, attraversamento, memoria. Il falco «parlava la nostra lingua», simbolo di vigore, osservazione e memoria della diaspora. Nel brano la melodia imita il battito delle ali: micro-intervalli, trilli, salti melodici che diventano gesto del volo stesso.
Nel falco c’è la condizione della diaspora: lontananza, ritorno, desiderio. Natura, cielo, comunità: sono la stessa cosa, parlano lo stesso suono, condividono il medesimo destino. Così un borgo diventa cosmo. Piccolo, sì, ma completo.

Dall’alto del cielo, il falco custodisce. Guardando in basso, sulla strada, custodisce la comunità: le nonne con la sedia di legno davanti alla porta, raccontano il mondo come fosse fiaba; trasformano realtà in mito, mito in protezione. Qifti è la voce del guardiano: un vento antico che sorvola i tetti e mantiene viva la continuità tra infanzia e memoria, vegliando come un nume tutelare sugli spazi che restano umani.

E poi c’è l’altra presenza, più dolce e terrestre: la Colomba. La Colomba «si posa dolcemente nel tempo sospeso della memoria». In questo brano la melodia è lenta, circolare, contemplativa: la voce fluisce come acqua su pietre antiche, il tempo si ferma nella posa, nella cura. La colomba non attraversa, non corre: riflette, accoglie, abita.

Nella canzone Cë Bukur — “Che bella bambina” — la figura femminile è simbolo di innocenza, vita e futuro. Dove il falco è altezza e visione, la colomba è terra e carezza: è la bambina che corre nei vicoli, è la purezza che illumina il borgo, è la bellezza semplice che sa di gioco, sorriso e luce del mattino. Il falco vigila; la colomba cresce. Lui è memoria; lei è promessa.

Il testo della “Bella bambina” si anima così con un respiro mitologico:
La la la, che bella bambina abbiamo! … La la la, chi l’ha fatta questa susinetta? …
In questo canto-filastrocca, la bambina diventa «susinetta», «lodoletta», «rondinella», «gattina», «lumachina». Ogni immagine è pacata, tenera, simbolica: il borgo la nomina, la benedice, la custodisce. E la frase-ritorno «Che fidanzatina è la nostra!» non parla d’amore adulto, ma di continuità: comunità che sceglie la vita, il gioco, le radici. Il testo diventa rito d’ingresso, benedizione, tessitura del domani.

In questi due poli -falco e colomba, cielo e terra, mito e quotidiano- si muove il canto di Silvana Licursi. La musica ha la stessa struttura del borgo: essenziale, sincera, quasi sussurrata. Una chitarra, una voce, poche note per dire moltissimo. Nessun rumore di città, nessuna corsa frenetica, nessuna sovrastruttura: solo il tempo giusto del camminare, del fermarsi, dell’ascoltare. È questo respiro lento che rievoca i bambini che giocano sulla strada, o le vecchiette che al tramonto srotolano racconti come fossero gomitoli di lana.

Ogni borgo, quando è vivo, vive così: di cose piccole che diventano grandi. Di simboli semplici che diventano eterni. Di voci che non si spengono, ma si cantano. Tre uccelli migratori - il falco e la colomba e la rondinella - tre metafore della diaspora, tre destini sonori simili: attraversare, posarsi, tornare.

Le nonne della soglia, i bambini della strada, le parole che restano nella lingua arbereshe: sono loro la comunità che tiene vivo il microcosmo mitico. Le storie servono a proteggerci, come ali sopra la notte. Il falco vola, la colomba si posa, la rondinella ritorna. E noi, ascoltando, ci ritroviamo parte di quel tutto perfetto che si chiama casa.

Io credo che questa sia la lezione silenziosa dei piccoli borghi: insegnano che la bellezza non è altrove, ma qui. Il sacro si trova nella piazza, nei vicoli, nelle voci delle nonne, nelle corse dei bambini. La diaspora non è solo lontananza, ma canto. Il canto che conserva, che rilancia, che unisce.

Falco e colomba insieme continuano a raccontarlo: uno vigila, l’altra accarezza. Uno attraversa, l’altra posa. Uno conserva, l’altra rinnova. E così, nel respiro della memoria e della promessa, il borgo resta vivo.


Cë Bukur, che bella bambina (di Anna Ragno)

Il brano CË BUKUR VAJZË rievoca immediatamente la dimensione dei piccoli borghi come Portocannone, luogo natale di Silvana Licursi. La musica crea un microcosmo sospeso, dove il tempo rallenta e gli spazi familiari diventano universo. La chitarra classica, le percussioni leggere e la voce delicata della cantante costruiscono un ritmo circolare, quasi un respiro, che evoca il gioco dei bambini nei vicoli, i passi lenti delle nonnine sedute sulle sedie di legno davanti alle case, e le ninna-nanne che si diffondono nell’aria al calar del sole. La struttura semplice ed essenziale della musica, con melodie fluide e ornamentazioni vocali leggere, riflette la calma e la continuità del vivere quotidiano nei borghi, dove ogni gesto ha valore e ogni racconto diventa rito.


Montaggio video di Rossella De Rosa

Il tema musicale principale è costruito intorno a motivi ripetitivi e ipnotici, che creano un senso di sicurezza e di appartenenza. Le pause e le legature tra le note evocano il ritmo naturale della vita del borgo: i bambini che corrono, le vecchie che raccontano storie, gli animali che attraversano i vicoli. La melodia sembra muoversi come una carezza, intrecciando più linee melodiche con le inflessioni della lingua arbëreshe, con l'intento di preservare l’identità musicale e culturale del luogo.
Il testo di
Cë Bukur Vajze utilizza un linguaggio semplice e ripetitivo, simile a quello delle filastrocche e delle ninna-nanne, per dare vita a immagini vivide: susinetta, lodoletta, rondinella, ciocchetto pesantino, gattina, lumachina. Questi soprannomi affettuosi trasformano la bambina in un simbolo universale di innocenza, vita e continuità. La ripetizione di “La la la” e di “Che fidanzatina è la nostra!” agisce come un ritornello ipnotico che rafforza il senso di appartenenza alla comunità: ogni bambino è nominato, osservato, accolto e custodito dal microcosmo del borgo.

Il testo evoca un mondo mitico che sopravvive solo nei borghi: il gioco per strada, le storie narrate dalle nonne, le ninna-nanne cantate al tramonto. Ogni elemento del quotidiano diventa simbolo e rituale, creando un ponte tra memoria storica e vita presente. Portocannone, come altri piccoli centri arbëreshë, diventa un luogo in cui il mito non è separato dalla vita, ma si manifesta attraverso le relazioni e i gesti più semplici. Cë Bukur si inserisce in un più ampio percorso musicale della Licursi, in cui la dimensione del borgo viene esplorata attraverso simboli, animali e archetipi. Nei due brani già analizzati in altri scritti:

  • Il Qifti (Il Falco): rappresenta la memoria, il guardiano del mito e della lingua. Il falco sorvola il borgo, osserva e custodisce la continuità della comunità. È l’altezza, la vigilanza, il legame con la storia e le radici del borgo.

  • La Colomba: simboleggia l’attesa, l'eterno ritorno del tempo mitico, la posa lenta e contemplativa della memoria. La colomba è vicinanza, cura e promessa, la lentezza di un tempo domestico che si rinnova.

In Cë Bukur, queste due dimensioni convergono nella figura della bambina-colomba: innocente e vivace, ma già custode di un mondo che intreccia memoria, mito e quotidianità. Il falco ha vegliato e continuerà a vegliare; la colomba si posa nei vicoli, dando spazio al ritorno del tempo sospeso, alla crescita e alla continuità della comunità.

Musica e testo in Cë Bukur si fondono per evocare un borgo che non è solo spazio fisico, ma microcosmo mitico e comunitario. La melodia avvolge, accompagna e protegge, mentre le parole trasformano il quotidiano in rito e mito. Attraverso il falco, la colomba e la bambina, Silvana Licursi celebra il legame profondo tra passato e presente, tra memoria e innocenza, ricordandoci che il cuore dei borghi -con i suoi giochi, le storie e le ninna-nanne- è un luogo in cui il tempo si posa e la vita continua a cantare.

Skanderbeg a Roma e nel mondo: l’eroe albanese che unisce città e comunità.

 


Passeggiando per il rione Aventino a Roma, potresti imbatterti in un cavaliere di bronzo che sembra pronto a galoppare fuori dalla piazza. È Skanderbeg, l’eroe albanese del XV secolo, immortalato in tutta la sua fierezza in Piazza Albania. Con il suo elmo caratteristico e la spada pronta, guarda i passanti come a ricordare coraggio, libertà e radici lontane.

La statua fu realizzata dallo scultore italiano Romano Romanelli e inaugurata il 28 ottobre 1940, in un periodo storico in cui l’Italia aveva un legame particolare con l’Albania. Originariamente pensata per Tirana, alla fine trovò casa a Roma, trasformando la piazza in un piccolo ponte tra due culture.

Non è un caso che Skanderbeg sia così presente: in moltissimi paesi albanesi e nelle comunità arbëreshe d’Italia si trovano statue a lui dedicate. Ogni busto, ogni monumento racconta lo stesso messaggio di libertà, resistenza e identità nazionale. Per gli albanesi e le comunità arbëreshe, queste statue sono un legame tangibile con la propria storia e cultura, un modo per sentirsi a casa anche lontano dalle proprie terre.

Anche chi passa per caso non può fare a meno di restare colpito dalla forza e dalla maestosità del cavaliere, così reale da sembrare pronto a muoversi da un momento all’altro. Tra i palazzi dell’Aventino e la Piramide Cestia, la statua di Roma è un esempio concreto di come la memoria di Skanderbeg unisca comunità, città e nazioni diverse, ricordando che la storia può comparire nei luoghi più inattesi e farsi straordinariamente vicina.


sabato 18 ottobre 2025

Il Bektashismo albanese: un ponte spirituale tra fede, libertà e identità (di Anna M. Ragno)

Tra le montagne e le pianure d’Albania si nasconde una delle esperienze spirituali più singolari dei Balcani: il Bektashismo.

Quando si entra in una tekke -la casa rituale dei Bektashi- si percepisce subito un’atmosfera diversa da quella delle moschee o delle chiese. Non c’è separazione netta tra “fedeli” e “maestri”, né rigidi confini tra ortodossia e libertà. Si respira piuttosto una religiosità intima e conviviale, che mette al centro l’uomo, la parola e l’ospitalità.

Da appassionata di temi antropologici, ciò che mi colpisce nel Bektashismo albanese è la sua capacità di abbracciare le differenze: è un Islam che dialoga con il cristianesimo, con il folklore e perfino con l’agnosticismo. In Albania -paese in cui quattro fedi convivono da secoli- i Bektashi hanno incarnato un modello di pluralismo religioso ante litteram, fondato non sul dogma ma sul rispetto reciproco e sulla ricerca spirituale condivisa.

L’arte di unire: tra poesia e nazionalismo

La storia dei Bektashi si intreccia con quella della rinascita nazionale albanese. Nel XIX secolo, mentre l’Impero Ottomano declinava, molti intellettuali Bektashi -come i fratelli Frashëri- usarono la poesia e l’epica religiosa per risvegliare l’identità del loro popolo.

Opere come Hadikaja e Myhtarnameja non sono solo testi devozionali, ma veri e propri manifesti culturali: celebrano la sofferenza e la giustizia (ispirandosi alla tragedia di Kerbela), ma parlano anche di libertà, di patria e di lingua. È affascinante notare come, attraverso i versi bektashia, l’Albania abbia cominciato a parlare di sé in albanese, non più in turco o in arabo.

Curiosamente, molte di queste poesie venivano cantate durante le feste religiose, accompagnate da tamburi e liuti. Così il messaggio nazionale passava di bocca in bocca, di villaggio in villaggio, tra mistica e musica.

Il cuore aperto dei Bektashi

Ciò che distingue profondamente il Bektashismo è la sua teologia dell’apertura.
Per i Bektashi, Dio non è distante: è “nascosto” in ogni essere umano, e la verità si manifesta nel dialogo, non nella chiusura. Nelle
tekke si accolgono viaggiatori, cristiani, atei, sufi di altre confraternite; si discute, si mangia insieme, si raccontano storie.

Questo spirito inclusivo ha permesso al Bektashismo di resistere alle persecuzioni, dall’abolizione degli ordini sufi in Turchia nel 1925, alla repressione del regime comunista albanese, che nel 1967 vietò ogni forma di culto. Eppure, nei decenni più bui, molti Bektashi continuarono a riunirsi in segreto, a leggere poesie e a commemorare gli antenati. Non come atto politico, ma come atto d’amore e memoria.

Dialogo come forma di fede

L’Albania contemporanea -dove il centro mondiale del Bektashismo (la Kryegjyshata Botërore) è oggi un luogo di incontro per fedeli e studiosi- è la testimonianza vivente che una spiritualità può essere profondamente religiosa ma anche laica nel cuore.

Durante le cerimonie più importanti, come la Dita e Sulltan Nevruzit (il 22 marzo, giorno della rinascita), si vedono musulmani, ortodossi e cattolici fianco a fianco. Non è un gesto ecumenico imposto, ma un’usanza antica: l’idea che la fede, per essere autentica, deve invitare l’altro alla mensa.

Un derviscio anziano mi raccontava che nei villaggi del sud, quando un cristiano passava davanti a una tekke, si fermava per bere un bicchiere d’acqua benedetta e scambiare una parola con i Bektashi. “Dio”, mi disse con un sorriso, “è contento quando gli uomini parlano tra loro.”

Curiosità e simboli nascosti

  • Il simbolo dei Bektashi è l’ascia a doppia lama (teber), che rappresenta la giustizia e il coraggio di dire la verità.

  • I dervisci Bektashi indossano un cappello bianco chiamato “tac”, che ha dodici pieghe in onore dei dodici Imam sciiti, ma anche come richiamo alle dodici virtù dell’uomo giusto.

  • Durante le cerimonie, il vino - proibito nell’Islam ortodosso- è usato simbolicamente per rappresentare l’amore divino. Questo gesto esprime bene la loro visione poetica della fede: l’ebbrezza non come peccato, ma come metafora dell’unione con Dio.

Un modello per il futuro

Nell’attuale contesto globale, segnato da tensioni religiose e radicalismi, il Bektashismo offre una lezione preziosa: la spiritualità non è l’opposto della tolleranza, ma il suo respiro più profondo.
I Bektashi ci ricordano che la fede può essere
un linguaggio di libertà, di arte e di amicizia, non un recinto.

Per questo l’Albania, pur piccola e periferica, custodisce nel suo cuore una tradizione che il mondo moderno avrebbe bisogno di ascoltare di più.

Il Bektashismo albanese è una testimonianza straordinaria di come l’uomo possa restare fedele a Dio senza rinunciare al mondo. È una mistica della convivenza, una poesia vissuta, un laboratorio di pace silenziosa. In un tempo in cui le religioni spesso si ergono come muri, i Bektashi continuano, pacificamente, a costruire ponti.


venerdì 17 ottobre 2025

La legge dell’onore: la Besa, l’ospitalità e il volto umano del Kanun ( di Anna M. Ragno).

In Albania, tra montagne impervie e villaggi isolati, la legge non era scritta nei codici ma negli animi.
Il Kanun di Lekë Dukagjini, antico ordinamento orale, ha regolato per secoli la vita del popolo albanese, fondando la giustizia sul rispetto, la parola data e l’ospitalità.
Durante la Seconda guerra mondiale, proprio questi principi  -besa e accoglienza- portarono centinaia di famiglie a salvare vite umane: ebrei in fuga e soldati italiani sbandati. Una lezione di umanità che ancora oggi risuona come un inno alla dignità.


La Besa: la parola che vincola e protegge

“Dare la besa è promettere vita, non solo protezione.”
Detto albanese

La besa è la promessa sacra, la parola che non si può tradire.
Nel mondo del Kanun, chi concede la besa assume su di sé la responsabilità totale dell’altro: difenderlo, nutrirlo, proteggerlo. È un giuramento che lega la persona alla comunità e a Dio, più forte di qualsiasi contratto scritto.

Quando, durante l’occupazione nazista, gli ebrei cercarono rifugio, gli albanesi risposero con la besa.
Più di 200 persone furono salvate da famiglie che li accolsero come figli, nascondendoli nelle proprie case, condividendo con loro pane, paura e speranza. Nessun ebreo albanese fu deportato.

Oggi, 72 albanesi — musulmani in maggioranza — sono riconosciuti da Yad Vashem come “Giusti tra le Nazioni”. Non agirono per ideologia, ma perché la besa non si discute: si mantiene, sempre.

La casa e l’ospite: la sacralità dell’accoglienza

“La casa dell’albanese appartiene a Dio e all’ospite.”
Kanuni i Lekë Dukagjinit

Nel Kanun, la casa (shpija) è un microcosmo del sacro. Chi vi entra come ospite è inviolabile: deve essere accolto e difeso anche a costo della vita. Non si tratta di cortesia, ma di un dovere morale che rende l’ospite parte temporanea della famiglia e, dunque, della comunità.

Nel 1943, dopo l’armistizio italiano, questo principio si ripeté: contadini e pastori albanesi offrirono rifugio ai soldati italiani sbandati. Li nascose nei fienili, li sfamò, li aiutò a fuggire. In un Paese povero e occupato, quell’ospitalità diventò un atto di eroismo silenzioso, radicato nella cultura più che nella politica.

“Il Kanun non è solo un codice di punizioni, ma un linguaggio etico.
In esso la parola data ha valore sacro, l’ospite è intoccabile,
e la giustizia si misura in termini di equilibrio e onore.”
Patrizia Resta, Il Kanun di Lek Dukagjini, Besa, 1996

Giustizia e rito: il senso dell’equilibrio

Il Kanun non è mera norma, ma ritualità della giustizia. Ogni azione ha un valore simbolico: dall’ospitalità al matrimonio, dalla parola data alla vendetta. Persino la gjakmarrja, la vendetta di sangue, si inscrive in un orizzonte di riparazione, non di cieca violenza.
Come spiega Patrizia Resta nel suo saggio La vendetta nella cultura albanese, essa rappresenta «una forma arcaica di giustizia, una risposta simbolica alla frattura dell’onore». In questa visione, la legge non nasce dallo Stato, ma dal corpo sociale. La comunità non punisce: ricompone.

Le donne e le burrnesha: la forza della trasformazione

Accanto alla rigidità patriarcale del Kanun, emergono figure femminili di grande potenza simbolica. La donna è custode dell’onore domestico, mediatrice di pace e memoria del clan. Ma vi è anche l’eccezione: le burrnesha, o “vergini giurate”, donne che scelgono di vivere come uomini per garantire la sopravvivenza della famiglia.

Rinunciando alla sessualità, assumono ruoli maschili e diventano capifamiglia, giudici, guerriere. In loro il Kanun mostra un volto sorprendente: quello di una tradizione capace di adattarsi, di concedere libertà dentro la regola.

Un’eredità morale che resiste

Il Kanun di Lekë Dukagjini resta una delle più profonde espressioni del pensiero etico balcanico. Non un residuo del passato, ma una memoria attiva, una lezione di responsabilità che attraversa i secoli.

Quando gli albanesi salvarono ebrei e soldati italiani, non applicarono un diritto positivo: seguirono una legge non scritta, la legge dell’onore. La besa e l’ospitalità fecero dell’Albania un’oasi di umanità in un’Europa in guerra.

Come scrive Patrizia Resta, “nel Kanun, l’onore è la misura dell’uomo. Ed è proprio l’onore, inteso come fedeltà alla parola, che ha permesso a un piccolo popolo di compiere un gesto di grandezza universale”.

Bibliografia essenziale

  • Resta, Patrizia (1996). Il Kanun di Lek Dukagjini. Le basi morali e giuridiche della società albanese. Nardò: Besa.

  • Resta, Patrizia (2018). La vendetta nella cultura albanese. In Pensare il sangue, Corigliano Rossano.

  • Gjeçovi, Shtjefën (1933). Kanuni i Lekë Dukagjinit. Shkodër: Shtypshkronja Françeskane.

  • Yad Vashem, Giusti tra le Nazioni – Albania, archivio ufficiale.


martedì 14 ottobre 2025

Vare Vare – Il respiro della lingua perduta (di Anna M. Ragno).

 C’è una soglia, tra parola e suono, dove il linguaggio si fa canto e il canto si fa memoria. È in quella soglia che si muove Vare Vare, brano di Silvana Licursi: un canto che non si limita a ricordare, ma che risveglia, come un respiro antico che torna a vibrare nelle ossa di chi ascolta.

Silvana Licursi Official Channel
titolo Vare Vare
montaggio Rossella De Rosa

Vare vare tërkuzare…” - così comincia, come un tamburo di sillabe, come una filastrocca che non è più infantile ma rituale. La ripetizione è la sua chiave: Vare vare, due parole che sembrano battere il tempo, che aprono la porta del ritmo e la custodiscono. È già musica, prima ancora di significare.

Licursi canta in arbëreshë, la lingua degli albanesi d’Italia, che da secoli sopravvive nei borghi del Sud come un ruscello sotterraneo. È una lingua fatta di suoni più che di regole, di dolcezze gutturali e di echi marini, che la voce dell’artista non traduce ma accarezza. Vare Vare non chiede di essere capita: chiede di essere sentita.

Nelle sue parole si intrecciano frammenti di memoria e immagini simboliche, che possono evocare l’amore o la morte. Sono schegge di un immaginario che non spiega ma evoca, che non racconta ma invoca. È la lingua che parla di sé stessa, che si piega su di sé per diventare canto puro, ritmo del mondo.

La voce di Licursi si muove su linee sobrie, quasi spoglie. Pochi strumenti la accompagnano: un respiro di tamburo, forse un fiato, un accenno di corda. Tutto è costruito perché la voce resti nuda, vulnerabile, al centro. È una voce che non interpreta, ma invoca; non recita, ma pronuncia un nome antico di cui non ricordiamo più il significato.

“Vare Vare” diventa allora un atto di resistenza poetica. Nel ripetere ciò che forse non capiamo più, Silvana salva ciò che la modernità tende a cancellare: il suono dell’identità. La lingua arbëreshë non è qui un reperto, ma un corpo vivo, pulsante, che respira nel presente e si rinnova nella voce.

Ogni parola è una foglia sospesa nel vento del tempo. La ripetizione -lezi lezi, vare vare- non è un artificio musicale, ma un gesto sciamanico: la voce che ripete crea, invoca, rianima. In quella circolarità ritmica c’è l’eco dei canti delle donne, delle veglie, dei campi, dei mari attraversati.

La musica, come il linguaggio, diventa allora rito di ritorno.
Torna la madre, torna la lingua, torna la terra. Torna il suono che precede ogni significato, la vibrazione che unisce chi canta e chi ascolta.

Nel silenzio che segue l’ultima sillaba, resta una sensazione sottile: come se qualcosa di antico, per un attimo, fosse tornato a vivere in noi.

Vare Vare non è solo una canzone: è una soglia linguistica, un attraversamento poetico, una preghiera laica. Silvana Licursi vi intreccia memoria e invenzione, radice e voce, fino a farne una danza sonora del tempo.

Ascoltarla significa entrare in una lingua che non conosciamo ma che ci riconosce.
È il miracolo della musica vera: quando ciò che si perde diventa canto.


lunedì 13 ottobre 2025

Il paese delle dodici voci. L’Italia del sincretismo e del miracolo arbereshe (di Anna M. Ragno).

 


«Në zërin tim ka një det të vjetër.»

Nella mia voce c’è un mare antico.

C’è un’Italia che non si vede, ma si sente. È fatta di suoni sommessi, di parole che affiorano come conchiglie sulla battigia del tempo. È l’Italia delle dodici minoranze etniche, la patria plurale di chi ha scelto di restare diverso senza essere straniero. Un’Italia che non teme la molteplicità, perché sa che la bellezza nasce sempre dal mescolarsi.

In questa terra, i popoli non si fronteggiano, si sfiorano. Mentre in Spagna le lingue si fanno stendardi di rivolta, e in Belgio le identità si misurano come bilance che non trovano equilibrio, l’Italia vive un sincretismo naturale, quasi istintivo: una fusione silenziosa di culture che convivono come voci di un coro antico. Ogni dialetto è una fibra del tessuto nazionale, ogni rito una nota che non stona ma armonizza.

E così, lungo la dorsale viva del Paese, respirano ancora i tedeschi del Sud Tirolo, sospesi fra l’austerità mitteleuropea e la dolcezza italiana; i ladini delle Dolomiti, custodi di una lingua di pietra e vento; gli sloveni del Carso, che parlano con voce di frontiera; i croati del Molise, popolo discreto come il mare che li lambisce; gli arbereshe, i figli d’Albania divenuti italiani nell’anima ma non nella memoria; i greci di Calabria e Salento, che ancora intonano la lingua di Omero tra gli ulivi; i franco-provenzali e gli occitani, che conservano nella voce l’eco dei trovatori;
i catalani di Alghero, profumati di mare e antiche rotte mediterranee; i sardi, che parlano una lingua madre, non un dialetto; i friulani, gente di confine e di misura; e infine i rom, popolo errante che da secoli attraversa le pianure italiane come un respiro di libertà.

Dodici minoranze, dodici Italie. Un solo Paese che non teme la diversità, ma la trasforma in identità.

Tra queste voci, quella arbereshe brilla come una fiamma remota. È un popolo dal sangue sparso, due volte disperso e due volte rinato. La prima volta quando, nel XV secolo, lasciò l’Albania inseguito dal dominio ottomano: uomini e donne che attraversarono il mare con la lingua in petto come un talismano, portando nei gesti la grazia del rito bizantino e la malinconia del distacco.
La seconda volta, quando quella stessa diaspora si fece polvere di stelle nei cinquanta paesi del Sud, dalla Calabria al Molise, dalla Basilicata alla Sicilia: una costellazione di nomi che ancora oggi si illumina quando qualcuno pronuncia “Arbëria”.

Eppure, in questa dispersione, gli arbereshe non si sono dissolti: si sono radicatiHanno abitato le terre che li accolsero, non come stranieri, ma come seminatori di culturaHanno costruito case che sorridono -le case Kodra di Civita, con occhi e bocche di pietra- e hanno danzato le Vallje, intrecciando mani e storie sotto la benedizione della memoria. Hanno cantato in cori greco-bizantini, dove il tempo sembra non passare; hanno condiviso il kulac, il pane rotondo dell’amicizia; hanno corso le carresi del Molise, dove la fede diventa corsa, forza, respiro comune. Hanno dato vita a due eparchie, Lungro e Piana degli Albanesi, fari di una spiritualità che unisce Oriente e Occidente come un ponte di luce. E in Sicilia, ogni anno, il Llambador, l'abito dell'identità, rinnova il legame con la terra e con le origini.

In tutto questo -nei costumi, nei canti, nei gesti- vibra una nobiltà silenziosa, una nostalgia che non si lamenta ma crea. La vera fedeltà non è restare, ma saper restare diversi anche altrove.

E se oggi il mondo arbereshe continua a respirare, è perché qualcuno ha saputo trasformare la memoria in suono, il ricordo in melodia. Da qualche parte, tra le montagne e il mare, una voce continua a salire limpida nell’aria: chiara, dolente, luminosa come il mare di cui porta il sale.
È una voce che non appartiene a una sola persona, ma a tutte le donne arbereshe che hanno custodito la lingua come una preghiera, e al popolo intero che, attraverso di loro, ancora parla, ancora canta, ancora sogna.

Ecco perché quella arbereshe non è solo una storia, ma un miracolo culturale. Un miracolo che accade ogni giorno, in silenzio, tra le montagne e le marine del Sud. Un miracolo che dimostra che l’identità non è una prigione, ma un canto, e che la diversità non divide: arricchisce.

L’Italia, con le sue dodici voci, non è un paese uniforme ma un’arca viva, un luogo dove le differenze non si cancellano, ma si ascoltano. E allora sì, forse l’Italia è proprio questo: un popolo di popoli, un coro di voci che, insieme, fanno armonia.

E quando il vento del Sud porta con sé un canto in una lingua che non si studia ma si eredita, sembra che il mare -quel mare antico- riconosca le sue figlie. E per un istante, anche il tempo si ferma ad ascoltare.


domenica 12 ottobre 2025

Il Costume Arbëreshe: l’Abito dell’Identità (di Anna M. Ragno).

Il costume arbëreshe non è soltanto un abito tradizionale: è il vestito dell’identità di un popolo che, attraverso i secoli, ha custodito la propria memoria, la propria lingua e la propria anima.

Per la policromia dei colori, la preziosità dei tessuti e i ricami in oro e argento, esso rappresenta uno dei segni più evidenti della diversità e della creatività culturale arbëreshe. Ogni filo, ogni ornamento, ogni gesto legato al suo uso racconta una storia: di appartenenza, di fede, di memoria e di orgoglio.

Il costume arbëreshe assolve a molteplici funzioni -pratica, estetica, magica e rituale- e rivela con immediatezza il ceto, il sesso, l’età, lo stato civile, il lutto o la condizione sociale di chi lo indossa. Fino agli anni Settanta, accompagnava la donna italo-albanese in tutti i momenti più importanti della vita: le nozze, le feste religiose come le Vallje, la Pasqua o il Natale, ma anche i riti del lutto. Spesso, era proprio con quell’abito che la donna veniva sepolta, come a voler suggellare per sempre il legame con la propria identità.

Il custode dell’identità: la donna arbëreshe

Se l’abito femminile si è tramandato con fedeltà, non si può dire lo stesso di quello maschile, presto caduto in disuso o mai codificato in una forma precisa. Questo perché la trasmissione dei valori, della lingua e delle tradizioni arbëreshe è sempre stata affidata alle donne.
L’arberisht è una lingua materna, trasmessa dalle madri insieme alla fede, ai costumi morali e religiosi, e al costume stesso. Come in molte culture tradizionali, è la donna a farsi custode della continuità e della memoria collettiva.

Un linguaggio che si indossa

Il costume arbëreshe è un linguaggio non verbale, fatto di segni, colori e simboli. Ogni suo elemento parla di ruoli, di valori e di legami sociali.
Così, la Keza, il copricapo che raccoglie i capelli della sposa, simboleggia il nuovo status e la responsabilità che il matrimonio comporta. È in seta, a forma di conchiglia, finemente ricamata con fili d’oro o d’argento, come una corona che unisce tradizione e sacralità.

Canale di Casimiro Mulè

Lo Xhipuni, il corpetto corto e aderente in llambadhor di seta, brilla dei colori bizantini -blu, rosso, oro- che rimandano all’arte sacra orientale e al legame profondo con le radici spirituali albanesi. Le maniche, decorate con ricami floreali e astrali, rivelano la raffinatezza di una tradizione artigianale unica.

Il Brezi, la cintura d’argento delle donne di Piana degli Albanesi, rappresenta invece la fertilità e la continuità della stirpe. Regalato alla sposa durante il fidanzamento, diventa simbolo di maternità e protezione divina. La parola brez significa infatti “generazione”, “discendenza”, “progenie”: un segno tangibile del legame tra la donna, la vita e la continuità del popolo.

Il simbolo di una doppia appartenenza

Il costume arbëreshe è il segno più evidente di una doppia identità culturale: quella albanese delle origini e quella italiana dell’integrazione. È l’abito con cui gli esuli albanesi hanno cucito addosso la propria storia, trasformando la lontananza in memoria e la memoria in appartenenza.

In ogni comunità arbëreshe, indossare il costume significa riaffermare la propria identità collettiva e rendere visibile il legame con la comunità d’origine. È un atto di orgoglio e di continuità, un modo per “indossare” la propria storia e tramandarla, viva, alle generazioni future.

Il costume arbëreshe è dunque l’abito dell’identità: un segno di appartenenza, un linguaggio della memoria, un ponte tra passato e presente.
Ogni volta che viene indossato, rinasce il tempo di Skanderbeg, il tempo in cui gli esuli cucirono, con ago e fede, l’anima stessa del mondo arbëreshe.

venerdì 10 ottobre 2025

Era de maggio: la nostalgia che fiorisce nel canto di Silvana Licursi ( di Anna M.Ragno).

Nella trama segreta della musica del Sud, dove le voci custodiscono il respiro della terra e il silenzio delle stagioni, il maggio di Napoli fiorisce come un ricordo che non vuole svanire.
In questo paesaggio di suoni e memorie, Silvana Licursi si muove come un soffio antico, portando con sé l’eco delle sue radici arbëreshe e la dolcezza di una lingua che si piega come il vento tra le rose. La sua interpretazione del brano Era de maggio non è soltanto un omaggio alla canzone classica napoletana, ma una vera e propria trasfigurazione emotiva: un incontro tra memoria e presenza, tra lontananza e ritorno.

Montaggio video di Rossella De Rosa

Il brano, nato nell’Ottocento come canto d’amore e promessa, diventa nelle mani di Licursi una preghiera laica, un rito del tempo e del cuore. La sua voce, calda e rotonda, non si limita a raccontare: abita il maggio, ne fa parte, ne respira l’odore. Ogni parola è detta come se fosse un petalo, ogni pausa un respiro sospeso tra desiderio e nostalgia.

L’incipit, intonato piano, quasi in punta di voce, apre un varco nel silenzio. L’aria sembra trattenere il fiato. “Era de maggio...” e in quell’attacco misurato, Silvana porta tutto il peso di un ricordo che non passa, di un amore che si rinnova come la primavera, ma resta inciso nella malinconia del tempo.
La voce non è mai mera esibizione: è
gesto intimo, quasi confessione. Il timbro caldo e poroso lascia intravedere l’anima attraverso le fibre del suono. In certi punti il respiro si fa visibile, palpabile, come una carezza trattenuta. E proprio lì nasce la verità della sua interpretazione.

Quando arriva il ritornello, la voce si apre. Non esplode, non impone, ma si espande come luce che filtra tra le foglie. È un’apertura interiore, non teatrale: la promessa dell’amore -“quanno tornano li rrose”- si trasforma in un atto di fede, nel gesto di chi sa che il tempo passa, ma il sentimento resta. Qui la musica diventa fioritura: il suono vibra come aria di maggio, e l’interprete fa della sua voce un campo di vento.

Nel cuore del brano, la Licursi scava nei chiaroscuri: alterna la luce alla penombra, il sorriso alla ferita. Le strofe in minore portano il sapore della distanza, mentre i passaggi in maggiore aprono squarci di speranza. È una dialettica emotiva che non si risolve, ma vive nell’oscillazione: amore e assenza, ritorno e mutamento. Quando il testo confessa che “Nun se sana: ca sanata, si se fosse, gioia mia, 'mmiez'a st'aria 'mbarzamata, a guardarte io nun starría, la voce si piega, si incrina appena, come una rosa che sfiorisce sotto il sole: non si spezza, ma cede con dolcezza alla consapevolezza del tempo.

L’interpretazione di Silvana non cerca la perfezione, ma la verità. Il canto si fa memoria incarnata: vibra di impercettibili fratture, di respiri lasciati a metà, di vibrazioni che nascono dal cuore più che dalla gola. Ogni melisma è un passo, ogni pausa un ritorno, ogni intervallo una distanza percorsa tra due anime che si cercano attraverso la musica.

Là dove altri vedono una semplice canzone d’amore, Silvana scorge un archetipo: il maggio che torna è il simbolo del ciclo della vita, della diaspora interiore che tutti viviamo tra ciò che amiamo e ciò che perdiamo. Il suo canto, pur radicato nella lingua napoletana, respira la stessa aria delle melodie arbëreshe: quel senso di sospensione, di viaggio, di appartenenza divisa tra due cieli. È come se la sua voce portasse con sé la memoria dei falchi e delle rondini di altri suoi canti, ma qui si facesse più umana, più terrena, più vicina al cuore.

Nell’ultimo verso, quando la voce sfuma e si ritira come l’onda dopo l’approdo, resta nell’aria un profumo antico, un silenzio che non è fine ma continuità.

Era de maggio diventa allora canto del ritorno impossibile, luogo sonoro in cui la nostalgia non si piange ma si coltiva, come una rosa che fiorisce ogni anno nello stesso punto del giardino della memoria.

Così, attraverso la voce di Silvana, Era de maggio non è più solo una canzone: è una stagione dell’anima, un paesaggio interiore che parla di tutte le nostre attese e dei nostri ritorni mancati.
Ogni nota è fiore, ogni pausa è cielo, ogni parola è un battito che resiste al tempo.
E nel silenzio finale, quando la voce tace e l’eco resta, comprendiamo che la primavera, quella vera, non è fuori, ma dentro la voce che continua a cantare.





giovedì 9 ottobre 2025

Dove la musica ricorda e la memoria canta (di Anna M. Ragno).

C’è una canzone che non nasce da una terra, ma da un sentimento sospeso tra tempo e respiro. Si chiama Tizita, parola amarica che significa ricordo. Non è un canto di matrimonio, né di festa: è una melodia dell’anima, un soffio di nostalgia che abita la voce come un’eco antica. È il suono del tempo che non passa, del pensiero che ritorna, del cuore che ricorda anche ciò che non ha mai vissuto.

Ad Addis Abeba, città che sfida il cielo, Tizita è più di una canzone: è una forma di memoria collettiva. La voce di Mahmoud Ahmed, uno dei più grandi interpreti etiopi, le ha dato volto e respiro. Quando Ahmed canta Tizita, la sua voce si muove con lentezza profonda, come un fiume che conosce il proprio corso: sale, si piega, scivola in microvariazioni che non si possono scrivere sul pentagramma. Ogni nota diventa un gesto d’anima, una vibrazione che cerca più l’emozione che la perfezione.

Tizita appartiene al sistema modale etiope, detto qenet, l’antica architettura sonora che regge la musica tradizionale del Paese. Il modo Tizita, uno dei quattro principali qenet insieme a Bati, Anchihoye e Ambassel, si fonda su una scala pentatonica, cinque suoni che bastano a evocare mondi. È una musica fatta di piccole flessioni microtonali, di movimenti fluidi e liberi, quasi fluttuanti. Una musica che vive nella zona tra parola e respiro, tra melodia e memoria: non si canta per esibirla, ma per ricordare.

In questo paesaggio sonoro, una sera ad Addis Abeba, la voce di Silvana Licursi ha incontrato quella tradizione. Durante un concerto organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura, l’artista molisana, conosciuta per la sua eleganza mediterranea e il legame profondo con la canzone napoletana, ha scelto di interpretare Tizita, non come un prestito esotico, ma come un atto d’ascolto.

Accanto a lei, Sergio Saracino ha intrecciato un tessuto di chitarra sobrio e luminoso, lasciando che i silenzi e i respiri diventassero parte della musica, come accade nelle forme più pure del canto etiope. Silvana non ha imitato Mahmoud Ahmed: ha lasciato che la sua voce, nutrita di Mediterraneo, imparasse a respirare diversamente. Ha accolto le curve del qenet come si accoglie una lingua nuova, con rispetto e meraviglia. Laddove Ahmed scava nella terra della memoria, Silvana ne coglie la luce; dove la voce etiope vibra nel petto, la sua si apre nel respiro. Eppure, entrambi cantano la stessa cosa: la nostalgia che unisce i cuori lontani.

Cantare a 2700 metri non è solo un gesto artistico: è un atto fisico, quasi mistico. L’aria sottile impone misura, chiede ascolto. Eppure Silvana, ospite dell’ambasciata italiana, ha imparato Tizita in poche ore, con l’aiuto di un giovane etiope che le ha sussurrato i suoni e il senso. L’ha appresa non come una melodia da ripetere, ma come una presenza da abitare.

Anch’io ho vissuto ad Addis Abeba, dal 2005 al 2010, insegnando nella grande scuola italiana che raccoglieva più di 1400 studenti. In quegli anni ho imparato che la musica di quella terra non segue il battito del metronomo, ma quello del cuore. È un linguaggio che si affida al respiro, al tempo che si dilata, al silenzio che accompagna. Una musica che, come la memoria, non si misura: si sente.

Così, in quella sera africana, la Tizita di Silvana Licursi è diventata un ponte di suoni tra due rive lontane: l’altopiano etiope e il Mediterraneo, l’Africa e l’Italia. Non un semplice omaggio, ma un incontro vero, dove le differenze si fanno armonia. E quando la sua voce si è unita a quella etiope di Shohandai, il pubblico ha assistito al miracolo del ricordo che si fa canto.

In quel momento, Tizita non era più solo una melodia. Era il luogo dove la musica ricorda e la memoria canta, un luogo senza confini, dove il suono diventa tempo, e il tempo, finalmente, diventa canto.



mercoledì 8 ottobre 2025

Il Falco e la Colomba nel Canto di Silvana Licursi (di Anna M. Ragno).

La musica delle comunità alloglotte del Sud custodiscono immagini, gesti e memorie sospese tra cielo e terra. In questo contesto, Silvana Licursi emerge come interprete straordinaria della tradizione arbëreshe. I suoi canti, tra cui Qifti (Il Falco) e Pëllumbi (La Colomba), esplorano la condizione della diaspora attraverso simboli naturali, in particolare uccelli migratori, che incarnano lontananza, ritorno, nostalgia e memoria.

Uno speciale ringraziamento va a Rossella De Rosa, per aver realizzato anche questo video.

Nel cuore dei canti della diaspora, dove la voce si fa ponte tra terre lontane e memoria, Silvana ha saputo costruire uno spazio sonoro unico, abitato da uccelli che migrano tra il cielo e l’anima. Il Qifti e Pëllumbi sono tra i suoi brani più intensi, e pur non avendo mai cantato Aremu Rindineddha, Silvana ne conosceva profondamente le ragioni e le tensioni: tutti e tre sono canti di diaspora, tutti e tre hanno come protagonisti uccelli migratori, simboli di lontananza, ritorno, desiderio e memoria.

Il testo del Qifti si apre con una scena apparentemente semplice: un giorno di maggio, poco sole, niente vento. Tuttavia, la voce di Silvana trasforma queste immagini in un paesaggio emotivo:

"Ho alzato gli occhi / su, verso il cielo, / ho visto il falco / che parlava la nostra lingua."

Il falco non è solo animale: è simbolo di vigore, osservazione e memoria della diaspora. Parla “la nostra lingua”, quella degli esuli, dei figli che portano con sé radici e cultura lontana.

Segue l’immagine della violetta, raccolta con gioia: gesto semplice, umano, radicato nella terra, che contrasta e completa l’altezza del falco. Infine, la rosa novella appare come simbolo di amore e protezione, trasformando il racconto in un filo che lega cielo, terra e cuore.

Il canto del Qifti si muove in uno spazio verticale, sospeso tra cielo e terra, come il falco che sorvola le terre lontane, attento e vigile. La voce dell'interprete arbereshe sale e scende tra microintervalli e ornamenti che imitano il battito delle ali, la traiettoria imprevedibile del volo. Ogni melisma è gesto narrativo, ogni trillo è respiro, un sospeso oscillare tra attesa e liberazione. Qui, il canto non racconta soltanto una storia: incarna il volo stesso dell’uccello migratore, la sua energia, la sua libertà, la sua nostalgia.

Pëllumbi, al contrario, si posa dolcemente nel tempo sospeso della memoria. La colomba non attraversa, non corre, ma si ferma. La melodia è lenta, circolare, contemplativa. La voce scorre come acqua su rami antichi, dissolvendo il tempo, lasciando nell’aria un’eco di pace e di attesa. Il canto si ferma nel punto in cui il desiderio e la memoria si incontrano, dove la lontananza diventa presenza interiore, e ogni nota è un gesto di cura verso la terra e la comunità lontana.

Aremu Rindineddha, canto della minoranza grecanica del Salento, pur non essendo mai stato cantato da Licursi, si staglia nello stesso cielo musicale. La rondinella che ne è protagonista incarna il ritorno ciclico, il legame con la casa, la nostalgia della terra che continua a vivere nelle voci di chi resta e di chi parte. La minoranza grecanica, custodita nei villaggi di Calabria e Puglia, mantiene una tradizione musicale e linguistica unica, dove il griko diventa strumento di memoria e resistenza culturale, e il canto è il filo che lega il presente al passato, la diaspora al cuore della comunità.

Il Qifti si distingue per la sua ricchezza ornamentale: microintervalli, trilli e salti melodici imitano il battito delle ali del falco. La melodia alterna tensione e sospensione, creando un ritmo interno che riflette la condizione della diaspora: un tempo oscillante tra attesa, attraversamento e ritorno.

Pëllumbi adotta un approccio più statico e contemplativo: le frasi melodiche si dissolvono lentamente, sospese nel tempo, come se il canto stesso diventasse spazio rituale.

Aremu Rindineddha utilizza cicli ripetitivi e accenti ritmici tipici della rondinella migrante: una memoria che torna, costante, attraverso le generazioni.

Tre uccelli migratori, tre metafore diverse della diaspora, tre destini sonori simili:

  • Il Falco: attraversa il tempo, vigile, potente.

  • La Colomba: sospende il tempo, riflette, porta pace.

  • La Rondinella: ritorna ciclica, fedele, custode del legame con la terra.

Sono tutte figure che incarnano l’esperienza della diaspora, la tensione tra separazione e attaccamento, tra memoria e identità. La voce di Silvana diventa ponte tra queste immagini, trasformando ogni nota in gesto, ogni pausa in respiro, ogni trillo in ali. In questo intreccio di uccelli e voci, la diaspora si fa musicale. Il falco attraversa, vigile e potente; la colomba sospende, delicata e pacifica; la rondinella ritorna, ciclica e fedele. Tre modi di volare, tre forme di memoria, tre approcci al tempo della lontananza. Tutti accomunati dal cielo del canto, dove ogni nota, ogni pausa, ogni microintervallo è scelta consapevole, gesto di cura verso l’identità e la tradizione.

Qifti e Pëllumbi mostrano come la musica della diaspora arbëreshe riesca a trasformare il dolore della lontananza in bellezza sonora. Il falco vola, la colomba si posa, la rondinella ritorna: e la voce di Silvana costruisce uno spazio in cui ogni nota porta con sé una saudade profonda: la nostalgia struggente per la terra lontana, il desiderio silenzioso delle radici, la memoria dei cieli attraversati dai falchi e delle violette raccolte con gioia. Nella sua voce, la diaspora trova respiro, il pathos si fa corporeo, e la sacralità del canto trasforma l’assenza in presenza, il ricordo in gesto vivo.

La sua interpretazione non è semplice esecuzione: è canto che incarna il volo, la carezza e il ritorno. Ogni nota è memoria, ogni intervallo è cielo, ogni pausa è respiro. Così, attraverso il falco, la violetta e la rosa, la diaspora diventa esperienza sonora, universale e immortale.

E in questo spazio sospeso, tra rigore tecnico e abbandono emotivo, sta la grandezza di questa interprete: saper usare la voce non solo come mezzo, ma come luogo sonoro in cui convivono tecnica, tradizione e spiritualità, dove il canto diventa corpo, ali, vento, e ogni nota è memoria viva della diaspora. Così il falco vola, così la colomba si posa, così la rondinella torna: e noi ascoltiamo, e cantiamo insieme, nel respiro della loro lontananza e del loro ritorno.



Villa Badessa: lo scrigno d’Oriente che resiste in Abruzzo.

 Tra icone bizantine, parole antiche e riti d’Oriente, la comunità arbëreshe di Villa Badessa continua a raccontare la sua storia: l’eredità viva dei discendenti di Giorgio Castriota Scanderbeg.

Nelle colline dolci del Pescarese, a pochi chilometri dal mare, c’è un luogo in cui il tempo non si è spezzato. Villa Badessa, minuscolo borgo del comune di Rosciano, è un frammento d’Oriente incastonato nel cuore d’Abruzzo: un paese che parla ancora arbereshe, celebra in rito greco-bizantino e custodisce, come un tesoro fragile e prezioso, le proprie icone e la propria memoria.

Fondata nel 1743 da esuli albanesi in fuga dall’avanzata ottomana, Villa Badessa è l’unica comunità arbëreshe dell’Abruzzo e una delle poche in Italia dove la tradizione religiosa orientale è rimasta intatta.
Come ricordano i ricercatori del
Ministero della Cultura nelle Giornate Europee del Patrimonio 2021, «la comunità albanese di Villa Badessa rappresenta una memoria viva dell’incontro tra Oriente e Occidente, un piccolo miracolo di continuità e identità condivisa».


La lingua della memoria

Il suono dell’arbereshe — dolce e gutturale, arcaico e familiare — si mescola ancora oggi all’italiano nella quotidianità del borgo.

Secondo la linguista Carmela Perta, che ha dedicato uno studio fondamentale al paese (Sopravvivenze linguistiche arbëreshe a Villa Badessa, LED, 2014), «l’arbereshe non è solo un idioma: è un modo di ricordare. Ogni parola contiene la nostalgia del viaggio, la memoria della partenza, la fedeltà a una storia che continua». È una lingua che vive nei gesti, nei canti, nelle benedizioni, e che i più giovani ascoltano ancora sulle labbra dei nonni come un’eredità affettiva più che scolastica.


Il rito bizantino: la luce dell’Oriente

Il cuore spirituale del borgo è la chiesa di Santa Maria Assunta, dove ogni domenica si celebra la Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo.Il profumo d’incenso, i canti in greco, le icone che riflettono la luce delle lampade a olio: tutto parla un linguaggio antico e universale.

Lo storico Sergio Rossi, nel volume Il rito bizantino in Italia meridionale (2008), lo definisce «un rito che non separa, ma unisce: la parola sacra come ponte tra le due sponde dell’Adriatico».

La liturgia di Villa Badessa non è folclore: è una preghiera vissuta, un gesto di appartenenza a un mondo che continua a respirare sotto nuove forme. Ogni celebrazione è un piccolo viaggio verso le origini, un ricongiungimento con la terra lasciata tre secoli fa.


Le icone: la teologia del colore

All’interno della chiesa e nel piccolo museo parrocchiale si conserva una straordinaria collezione di icone bizantine portate dagli esuli nel XVIII secolo.

Ognuna di esse è un volto antico che guarda chi lo osserva con calma e profondità.
«L’icona — scrive
Angelo Di Berardino (L’iconografia sacra nel rito bizantino, 1999) — non rappresenta Dio, ma lo rende presente. È una finestra sull’eterno». In esse vive ancora la fede dei padri, l’Oriente trasfigurato nei colori dell’Abruzzo.


Memorie che resistono

La comunità di Villa Badessa, come racconta il volume collettivo La memoria ridestata (Associazione Culturale Villa Badessa, 2021), non è un museo, ma una presenza viva.

Tra le voci raccolte nel libro, quella di Silvia Pallini risuona come un manifesto di identità: «Non conserviamo per nostalgia, ma per continuità. Ogni parola, ogni rito, ogni canto è una forma di futuro». E davvero, nel piccolo borgo, il passato non pesa: si trasmette, si adatta, si rinnova.


Gli eredi di Scanderbeg

Gli abitanti di Villa Badessa si sentono ancora legati all’ombra luminosa di Giorgio Castriota Scanderbeg, l’eroe nazionale albanese che difese la libertà del suo popolo.

La loro storia, però, non è solo un capitolo di diaspora: è un messaggio di resilienza culturale, una testimonianza del diritto di ogni comunità a custodire la propria voce senza chiudersi al mondo.

In un tempo in cui tutto sembra dissolversi nell’indifferenza globale, Villa Badessa ci insegna che l’identità non è una corazza, ma un respiro. È memoria che cammina, lingua che si rinnova, fede che illumina. È -come direbbe un vecchio proverbio arbereshe- «la casa che portiamo nel cuore».



Bibliografia essenziale

  • Associazione Culturale Villa Badessa. (2025). Storia, riti, lingua e patrimonio iconografico di Villa Badessa. Disponibile su www.villabadessa.it.

  • Di Berardino, A. (1999). L’iconografia sacra nel rito bizantino: linguaggio teologico e memoria storica. Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana.

  • Ministero della Cultura (MiC). (2021). La memoria viva della comunità albanese di Villa Badessa. Giornate Europee del Patrimonio.

  • Pallini, S. (a cura di). (2021). La memoria ridestata. Villa Badessa: Associazione Culturale Villa Badessa.

  • Perta, C., Ciccolone, S., & Canù, S. (2014). Sopravvivenze linguistiche arbëreshe a Villa Badessa. Milano: LED Edizioni Universitarie.

  • Rossi, S. (2008). Il rito bizantino in Italia meridionale: storia e identità delle comunità greco-orientali. Bari: Edizioni di Pagina.


Silvana Licursi. Quando “stanno arrivando i parenti dello sposo” diventa la voce di un popolo.

  Ascoltare Po vijn krushqit – Stanno arrivando i parenti dello sposo – nella voce di Silvana Licursi , durante l’esibizione di Colonia, ...