Di recente si è spenta una voce fondamentale del mondo culturale ed umano dell'Arberia: Silvana Licursi. Con la sua scomparsa, non perdiamo soltanto una cantante: perdiamo una crocevia di memoria, un ponte tra mondi, un’arpa che vibrava tra il locale e l’universale.
La civiltà sonora come memoria vivente
Esiste una civiltà che non si legge nei libri di
storia, ma si ascolta: una civiltà sonora. È fatta di
echi, di memorie, di suoni che abitano il tempo e lo spazio. È la
civiltà arbëreshe, che da oltre cinquecento anni sopravvive nei
canti, nelle voci, nella lingua che resiste.
In questo paesaggio
acustico si è spenta una voce fondamentale: Silvana Licursi.
Con la sua scomparsa, non perdiamo soltanto una cantante: perdiamo
una crocevia di memoria, un ponte tra mondi, un’arpa che vibrava
tra locale e universale. La sua voce, come quella di Chavela
Vargas o Rosa Balistreri, sapeva incarnare
il dolore e la dignità, la ferita e la speranza, la terra e
l’esilio.
La diaspora cantata: E Ikura, Pëllumbi e la lingua dei sogni
Silvana Licursi ha cantato per tutte le diaspore del mondo: non solo quella arbëreshe, ma ogni comunità che vive l’assenza, la memoria e il sogno del ritorno. La sua musica è diventata un luogo di incontro fra la nostalgia e la resistenza, fra l’identità e il desiderio di apertura.
Brani come E Ikura (“La Fuggitiva”) e Pëllumbi (La Colomba) incarnano questa tensione. In E Ikura, la fuga è simbolo dell’erranza e del ricordo che reclama; in Pëllumbi, la colomba vola e ritorna, portatrice di una memoria che non si arrende al silenzio. Ogni parola, intonata in arberisht, è un gesto di resistenza linguistica, un modo per custodire la continuità di una voce collettiva.
Silvana amava dire che sognava in arberisht. Non era una frase poetica, ma una dichiarazione ontologica: sognare nella propria lingua significa abitare un universo simbolico che precede il linguaggio razionale, significa custodire la memoria dell’origine. Come osserva Walter Ong nella sua teoria dell’oralità, la parola orale non è solo mezzo, ma evento: essa accade nel corpo e nella comunità. Per Silvana, la lingua non era strumento, ma sostanza del vivere, la trama invisibile che unisce i sogni di un popolo sparso nel mondo.
La sua opera ha contribuito a cristallizzare l’arberisht come lingua viva, impedendo che si dissolvesse nell’oblio. Attraverso la musica, la lingua si fa suono, memoria e trasmissione, resistendo al tempo e all’omologazione culturale che tende a cancellare le differenze.
Una voce glocale: radice e apertura
Silvana Licursi è stata artista glocale nel senso più profondo: capace di custodire il proprio mondo ancestrale — le chiese bizantine, le nenie funebri, le vallje danzate, la lingua arberisht — e al contempo aprirsi al mondo.
In un’epoca di globalizzazione che livella e omologa, Silvana ha mostrato che l’identità può essere resistenza, che la cultura locale non è un relitto ma una forma di contemporaneità viva. Le sue interpretazioni hanno fatto vibrare la sensibilità delle diaspore globali: chiunque abbia conosciuto la perdita, l’esilio, la nostalgia, può riconoscersi nella sua voce.
Ha insegnato ai giovani a non cadere nel folclorismo, a non trasformare la tradizione in vetrina, ma a farne strumento di consapevolezza. Come le grandi cantatrici del Mediterraneo — Rosa Balistreri in Sicilia, Maria Carta in Sardegna — Silvana ha reso sacro ciò che era quotidiano, e universale ciò che era locale.
La civiltà sonora arbëreshe: lingua, rito, resistenza
La civiltà sonora arbëreshe non è solo musica: è una cosmologia, una forma di conoscenza. I canti del rito greco-bizantino, le vallje, le nenie funebri, i lamenti del lavoro e dell’amore compongono un sistema simbolico in cui si riflettono identità, fede, memoria e appartenenza.
L’arberisht, variante dell’albanese tosk con tratti arcaici, è l’asse portante di questo universo. La lingua si è tramandata per cinque secoli attraverso la trasmissione orale, nei canti e nei rituali, fungendo da archivio di un mondo in movimento. Nella voce di Silvana, questa lingua ritrova la sua forza mitopoietica: non solo comunicazione, ma rituale della memoria.
Come nota Paul Zumthor, l’oralità non è mai semplice ripetizione, ma presenza incarnata della parola. Silvana incarnava la tradizione nel suo farsi, unendo la sacralità bizantina all’intimità della ballata, la coralità comunitaria alla confessione individuale.
La musica arbëreshe, nei suoi aspetti modali e iso-polifonici, testimonia una grammatica antica — quella dell’oktoichos bizantino — che si rigenera attraverso le voci contemporanee. E Silvana, con la sua sensibilità unica, ha fatto di questa antichità una forma d’arte nuova, moderna, capace di dialogare con il mondo.
Il silenzio dopo la voce
Quando la voce di Silvana Licursi si è spenta, l’Arberia ha perso un timbro, ma non la sua eco. Il suo silenzio non è assenza, ma metamorfosi: la voce ora risuona nei paesi che ancora parlano arberisht, nei cori femminili che intonano i vjershë, nelle chiese di rito bizantino, nei sogni di chi si riconosce straniero eppure legato a una radice.
La sua arte ci consegna un’eredità universale: che ogni voce può diventare casa, che ogni lingua può essere sogno. Silvana ha dato al mondo la musica di tutte le diaspore: quella che unisce senza omologare, che ricorda senza pietismo, che canta perché ricordare è un atto d’amore.
Nell’eco della sua voce, la lingua arberisht continua a vivere, non come reliquia, ma come respiro. Ed è in questo respiro che la civiltà sonora arbëreshe trova la sua eternità: nel sogno che continua a cantare.
Fonti e riferimenti
Scaldaferri, Nicola. Suoni e musica in Basilicata. Milano: Squilibri, 2012.
Magrini, Tullia. Universi sonori: etnomusicologia e antropologia della musica. Bologna: CLUEB, 1998.
Renzi, Barbara G. Arbëresh Music, Cultural Memory, and Online Platforms. Zenodo, 2023.
Ong, Walter J. Orality and Literacy: The Technologizing of the Word. Routledge, 1982.
Zumthor, Paul. La lettera e la voce: Saggi sulla poesia orale. Torino: Einaudi, 1984.
“Vdes Silvana Licursi, zëri i kulturës arbëreshe në botë”, Informim.net, 2025.
Nessun commento:
Posta un commento