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domenica 12 ottobre 2025

Il Costume Arbëreshe: l’Abito dell’Identità (di Anna M. Ragno).

Il costume arbëreshe non è soltanto un abito tradizionale: è il vestito dell’identità di un popolo che, attraverso i secoli, ha custodito la propria memoria, la propria lingua e la propria anima.

Per la policromia dei colori, la preziosità dei tessuti e i ricami in oro e argento, esso rappresenta uno dei segni più evidenti della diversità e della creatività culturale arbëreshe. Ogni filo, ogni ornamento, ogni gesto legato al suo uso racconta una storia: di appartenenza, di fede, di memoria e di orgoglio.

Il costume arbëreshe assolve a molteplici funzioni -pratica, estetica, magica e rituale- e rivela con immediatezza il ceto, il sesso, l’età, lo stato civile, il lutto o la condizione sociale di chi lo indossa. Fino agli anni Settanta, accompagnava la donna italo-albanese in tutti i momenti più importanti della vita: le nozze, le feste religiose come le Vallje, la Pasqua o il Natale, ma anche i riti del lutto. Spesso, era proprio con quell’abito che la donna veniva sepolta, come a voler suggellare per sempre il legame con la propria identità.

Il custode dell’identità: la donna arbëreshe

Se l’abito femminile si è tramandato con fedeltà, non si può dire lo stesso di quello maschile, presto caduto in disuso o mai codificato in una forma precisa. Questo perché la trasmissione dei valori, della lingua e delle tradizioni arbëreshe è sempre stata affidata alle donne.
L’arberisht è una lingua materna, trasmessa dalle madri insieme alla fede, ai costumi morali e religiosi, e al costume stesso. Come in molte culture tradizionali, è la donna a farsi custode della continuità e della memoria collettiva.

Un linguaggio che si indossa

Il costume arbëreshe è un linguaggio non verbale, fatto di segni, colori e simboli. Ogni suo elemento parla di ruoli, di valori e di legami sociali.
Così, la Keza, il copricapo che raccoglie i capelli della sposa, simboleggia il nuovo status e la responsabilità che il matrimonio comporta. È in seta, a forma di conchiglia, finemente ricamata con fili d’oro o d’argento, come una corona che unisce tradizione e sacralità.

Canale di Casimiro Mulè

Lo Xhipuni, il corpetto corto e aderente in llambadhor di seta, brilla dei colori bizantini -blu, rosso, oro- che rimandano all’arte sacra orientale e al legame profondo con le radici spirituali albanesi. Le maniche, decorate con ricami floreali e astrali, rivelano la raffinatezza di una tradizione artigianale unica.

Il Brezi, la cintura d’argento delle donne di Piana degli Albanesi, rappresenta invece la fertilità e la continuità della stirpe. Regalato alla sposa durante il fidanzamento, diventa simbolo di maternità e protezione divina. La parola brez significa infatti “generazione”, “discendenza”, “progenie”: un segno tangibile del legame tra la donna, la vita e la continuità del popolo.

Il simbolo di una doppia appartenenza

Il costume arbëreshe è il segno più evidente di una doppia identità culturale: quella albanese delle origini e quella italiana dell’integrazione. È l’abito con cui gli esuli albanesi hanno cucito addosso la propria storia, trasformando la lontananza in memoria e la memoria in appartenenza.

In ogni comunità arbëreshe, indossare il costume significa riaffermare la propria identità collettiva e rendere visibile il legame con la comunità d’origine. È un atto di orgoglio e di continuità, un modo per “indossare” la propria storia e tramandarla, viva, alle generazioni future.

Il costume arbëreshe è dunque l’abito dell’identità: un segno di appartenenza, un linguaggio della memoria, un ponte tra passato e presente.
Ogni volta che viene indossato, rinasce il tempo di Skanderbeg, il tempo in cui gli esuli cucirono, con ago e fede, l’anima stessa del mondo arbëreshe.

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