«Në zërin tim ka një det të vjetër.»
Nella mia voce c’è un mare antico.
C’è un’Italia che non si vede, ma si sente. È fatta di suoni sommessi, di parole che affiorano come conchiglie sulla battigia del tempo. È l’Italia delle dodici minoranze etniche, la patria plurale di chi ha scelto di restare diverso senza essere straniero. Un’Italia che non teme la molteplicità, perché sa che la bellezza nasce sempre dal mescolarsi.
In questa terra, i popoli non si fronteggiano, si sfiorano. Mentre in Spagna le lingue si fanno stendardi di rivolta, e in Belgio le identità si misurano come bilance che non trovano equilibrio, l’Italia vive un sincretismo naturale, quasi istintivo: una fusione silenziosa di culture che convivono come voci di un coro antico. Ogni dialetto è una fibra del tessuto nazionale, ogni rito una nota che non stona ma armonizza.
E così, lungo la dorsale viva del Paese, respirano
ancora i tedeschi del Sud Tirolo, sospesi fra
l’austerità mitteleuropea e la dolcezza italiana; i ladini
delle Dolomiti, custodi di una lingua di pietra e vento; gli sloveni
del Carso, che parlano con voce di frontiera; i croati del
Molise, popolo discreto come il mare che li lambisce; gli
arbereshe, i figli d’Albania divenuti italiani
nell’anima ma non nella memoria; i greci di Calabria e
Salento, che ancora intonano la lingua di Omero tra gli
ulivi; i franco-provenzali e gli occitani,
che conservano nella voce l’eco dei trovatori;
i catalani
di Alghero, profumati di mare e antiche rotte mediterranee;
i sardi, che parlano una lingua madre, non un
dialetto; i friulani, gente di confine e di misura;
e infine i rom, popolo errante che da secoli
attraversa le pianure italiane come un respiro di libertà.
Dodici minoranze, dodici Italie. Un solo Paese che non teme la diversità, ma la trasforma in identità.
Tra queste voci, quella arbereshe
brilla come una fiamma remota. È un popolo dal sangue
sparso, due volte disperso e due volte rinato. La prima
volta quando, nel XV secolo, lasciò l’Albania inseguito dal
dominio ottomano: uomini e donne che attraversarono il mare con la
lingua in petto come un talismano, portando nei gesti la grazia del
rito bizantino e la malinconia del distacco.
La seconda volta,
quando quella stessa diaspora si fece polvere di stelle
nei cinquanta paesi del Sud, dalla Calabria al Molise, dalla
Basilicata alla Sicilia: una costellazione di nomi che ancora oggi si
illumina quando qualcuno pronuncia “Arbëria”.
Eppure, in questa dispersione, gli arbereshe non si sono dissolti: si sono radicati. Hanno abitato le terre che li accolsero, non come stranieri, ma come seminatori di cultura. Hanno costruito case che sorridono -le case Kodra di Civita, con occhi e bocche di pietra- e hanno danzato le Vallje, intrecciando mani e storie sotto la benedizione della memoria. Hanno cantato in cori greco-bizantini, dove il tempo sembra non passare; hanno condiviso il kulac, il pane rotondo dell’amicizia; hanno corso le carresi del Molise, dove la fede diventa corsa, forza, respiro comune. Hanno dato vita a due eparchie, Lungro e Piana degli Albanesi, fari di una spiritualità che unisce Oriente e Occidente come un ponte di luce. E in Sicilia, ogni anno, il Llambador, l'abito dell'identità, rinnova il legame con la terra e con le origini.
In tutto questo -nei costumi, nei canti, nei gesti- vibra una nobiltà silenziosa, una nostalgia che non si lamenta ma crea. La vera fedeltà non è restare, ma saper restare diversi anche altrove.
E se oggi il mondo arbereshe continua a respirare, è
perché qualcuno ha saputo trasformare la memoria in suono,
il ricordo in melodia. Da qualche parte, tra le
montagne e il mare, una voce continua a salire limpida nell’aria:
chiara, dolente, luminosa come il mare di cui porta il sale.
È
una voce che non appartiene a una sola persona, ma a tutte le donne
arbereshe che hanno custodito la lingua come una preghiera,
e al popolo intero che, attraverso di loro, ancora parla, ancora
canta, ancora sogna.
Ecco perché quella arbereshe non è solo una storia, ma un miracolo culturale. Un miracolo che accade ogni giorno, in silenzio, tra le montagne e le marine del Sud. Un miracolo che dimostra che l’identità non è una prigione, ma un canto, e che la diversità non divide: arricchisce.
L’Italia, con le sue dodici voci, non è un paese uniforme ma un’arca viva, un luogo dove le differenze non si cancellano, ma si ascoltano. E allora sì, forse l’Italia è proprio questo: un popolo di popoli, un coro di voci che, insieme, fanno armonia.
E quando il vento del Sud porta con sé un canto in una lingua che non si studia ma si eredita, sembra che il mare -quel mare antico- riconosca le sue figlie. E per un istante, anche il tempo si ferma ad ascoltare.


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