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giovedì 9 ottobre 2025

Dove la musica ricorda e la memoria canta (di Anna M. Ragno).

C’è una canzone che non nasce da una terra, ma da un sentimento sospeso tra tempo e respiro. Si chiama Tizita, parola amarica che significa ricordo. Non è un canto di matrimonio, né di festa: è una melodia dell’anima, un soffio di nostalgia che abita la voce come un’eco antica. È il suono del tempo che non passa, del pensiero che ritorna, del cuore che ricorda anche ciò che non ha mai vissuto.

Ad Addis Abeba, città che sfida il cielo, Tizita è più di una canzone: è una forma di memoria collettiva. La voce di Mahmoud Ahmed, uno dei più grandi interpreti etiopi, le ha dato volto e respiro. Quando Ahmed canta Tizita, la sua voce si muove con lentezza profonda, come un fiume che conosce il proprio corso: sale, si piega, scivola in microvariazioni che non si possono scrivere sul pentagramma. Ogni nota diventa un gesto d’anima, una vibrazione che cerca più l’emozione che la perfezione.

Tizita appartiene al sistema modale etiope, detto qenet, l’antica architettura sonora che regge la musica tradizionale del Paese. Il modo Tizita, uno dei quattro principali qenet insieme a Bati, Anchihoye e Ambassel, si fonda su una scala pentatonica, cinque suoni che bastano a evocare mondi. È una musica fatta di piccole flessioni microtonali, di movimenti fluidi e liberi, quasi fluttuanti. Una musica che vive nella zona tra parola e respiro, tra melodia e memoria: non si canta per esibirla, ma per ricordare.

In questo paesaggio sonoro, una sera ad Addis Abeba, la voce di Silvana Licursi ha incontrato quella tradizione. Durante un concerto organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura, l’artista molisana, conosciuta per la sua eleganza mediterranea e il legame profondo con la canzone napoletana, ha scelto di interpretare Tizita, non come un prestito esotico, ma come un atto d’ascolto.

Accanto a lei, Sergio Saracino ha intrecciato un tessuto di chitarra sobrio e luminoso, lasciando che i silenzi e i respiri diventassero parte della musica, come accade nelle forme più pure del canto etiope. Silvana non ha imitato Mahmoud Ahmed: ha lasciato che la sua voce, nutrita di Mediterraneo, imparasse a respirare diversamente. Ha accolto le curve del qenet come si accoglie una lingua nuova, con rispetto e meraviglia. Laddove Ahmed scava nella terra della memoria, Silvana ne coglie la luce; dove la voce etiope vibra nel petto, la sua si apre nel respiro. Eppure, entrambi cantano la stessa cosa: la nostalgia che unisce i cuori lontani.

Cantare a 2700 metri non è solo un gesto artistico: è un atto fisico, quasi mistico. L’aria sottile impone misura, chiede ascolto. Eppure Silvana, ospite dell’ambasciata italiana, ha imparato Tizita in poche ore, con l’aiuto di un giovane etiope che le ha sussurrato i suoni e il senso. L’ha appresa non come una melodia da ripetere, ma come una presenza da abitare.

Anch’io ho vissuto ad Addis Abeba, dal 2005 al 2010, insegnando nella grande scuola italiana che raccoglieva più di 1400 studenti. In quegli anni ho imparato che la musica di quella terra non segue il battito del metronomo, ma quello del cuore. È un linguaggio che si affida al respiro, al tempo che si dilata, al silenzio che accompagna. Una musica che, come la memoria, non si misura: si sente.

Così, in quella sera africana, la Tizita di Silvana Licursi è diventata un ponte di suoni tra due rive lontane: l’altopiano etiope e il Mediterraneo, l’Africa e l’Italia. Non un semplice omaggio, ma un incontro vero, dove le differenze si fanno armonia. E quando la sua voce si è unita a quella etiope di Shohandai, il pubblico ha assistito al miracolo del ricordo che si fa canto.

In quel momento, Tizita non era più solo una melodia. Era il luogo dove la musica ricorda e la memoria canta, un luogo senza confini, dove il suono diventa tempo, e il tempo, finalmente, diventa canto.



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