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martedì 14 ottobre 2025

Vare Vare – Il respiro della lingua perduta (di Anna M. Ragno).

 C’è una soglia, tra parola e suono, dove il linguaggio si fa canto e il canto si fa memoria. È in quella soglia che si muove Vare Vare, brano di Silvana Licursi: un canto che non si limita a ricordare, ma che risveglia, come un respiro antico che torna a vibrare nelle ossa di chi ascolta.

Silvana Licursi Official Channel
titolo Vare Vare
montaggio Rossella De Rosa

Vare vare tërkuzare…” - così comincia, come un tamburo di sillabe, come una filastrocca che non è più infantile ma rituale. La ripetizione è la sua chiave: Vare vare, due parole che sembrano battere il tempo, che aprono la porta del ritmo e la custodiscono. È già musica, prima ancora di significare.

Licursi canta in arbëreshë, la lingua degli albanesi d’Italia, che da secoli sopravvive nei borghi del Sud come un ruscello sotterraneo. È una lingua fatta di suoni più che di regole, di dolcezze gutturali e di echi marini, che la voce dell’artista non traduce ma accarezza. Vare Vare non chiede di essere capita: chiede di essere sentita.

Nelle sue parole si intrecciano frammenti di memoria e immagini simboliche, che possono evocare l’amore o la morte. Sono schegge di un immaginario che non spiega ma evoca, che non racconta ma invoca. È la lingua che parla di sé stessa, che si piega su di sé per diventare canto puro, ritmo del mondo.

La voce di Licursi si muove su linee sobrie, quasi spoglie. Pochi strumenti la accompagnano: un respiro di tamburo, forse un fiato, un accenno di corda. Tutto è costruito perché la voce resti nuda, vulnerabile, al centro. È una voce che non interpreta, ma invoca; non recita, ma pronuncia un nome antico di cui non ricordiamo più il significato.

“Vare Vare” diventa allora un atto di resistenza poetica. Nel ripetere ciò che forse non capiamo più, Silvana salva ciò che la modernità tende a cancellare: il suono dell’identità. La lingua arbëreshë non è qui un reperto, ma un corpo vivo, pulsante, che respira nel presente e si rinnova nella voce.

Ogni parola è una foglia sospesa nel vento del tempo. La ripetizione -lezi lezi, vare vare- non è un artificio musicale, ma un gesto sciamanico: la voce che ripete crea, invoca, rianima. In quella circolarità ritmica c’è l’eco dei canti delle donne, delle veglie, dei campi, dei mari attraversati.

La musica, come il linguaggio, diventa allora rito di ritorno.
Torna la madre, torna la lingua, torna la terra. Torna il suono che precede ogni significato, la vibrazione che unisce chi canta e chi ascolta.

Nel silenzio che segue l’ultima sillaba, resta una sensazione sottile: come se qualcosa di antico, per un attimo, fosse tornato a vivere in noi.

Vare Vare non è solo una canzone: è una soglia linguistica, un attraversamento poetico, una preghiera laica. Silvana Licursi vi intreccia memoria e invenzione, radice e voce, fino a farne una danza sonora del tempo.

Ascoltarla significa entrare in una lingua che non conosciamo ma che ci riconosce.
È il miracolo della musica vera: quando ciò che si perde diventa canto.


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