Montaggio video di Rossella De Rosa
Il
tema musicale principale è costruito intorno a motivi ripetitivi e
ipnotici, che creano un senso di sicurezza e di appartenenza. Le
pause e le legature tra le note evocano il ritmo naturale della vita
del borgo: i bambini che corrono, le vecchie che raccontano storie,
gli animali che attraversano i vicoli. La melodia sembra muoversi
come una carezza, intrecciando più linee melodiche con le
inflessioni della lingua arbëreshe, con l'intento di preservare
l’identità musicale e culturale del luogo.
Il testo di Cë
Bukur Vajze
utilizza un linguaggio semplice e ripetitivo, simile a quello delle
filastrocche e delle ninna-nanne, per dare vita a immagini vivide:
susinetta,
lodoletta, rondinella, ciocchetto pesantino, gattina, lumachina.
Questi soprannomi affettuosi trasformano la bambina in un simbolo
universale di innocenza, vita e continuità. La ripetizione di “La
la la”
e di “Che
fidanzatina è la nostra!”
agisce come un ritornello ipnotico che rafforza il senso di
appartenenza alla comunità: ogni bambino è nominato, osservato,
accolto e custodito dal microcosmo del borgo.
Il testo evoca un mondo mitico che sopravvive solo nei borghi: il gioco per strada, le storie narrate dalle nonne, le ninna-nanne cantate al tramonto. Ogni elemento del quotidiano diventa simbolo e rituale, creando un ponte tra memoria storica e vita presente. Portocannone, come altri piccoli centri arbëreshë, diventa un luogo in cui il mito non è separato dalla vita, ma si manifesta attraverso le relazioni e i gesti più semplici. Cë Bukur si inserisce in un più ampio percorso musicale della Licursi, in cui la dimensione del borgo viene esplorata attraverso simboli, animali e archetipi. Nei due brani già analizzati in altri scritti:
Il Qifti (Il Falco): rappresenta la memoria, il guardiano del mito e della lingua. Il falco sorvola il borgo, osserva e custodisce la continuità della comunità. È l’altezza, la vigilanza, il legame con la storia e le radici del borgo.
La Colomba: simboleggia l’attesa, l'eterno ritorno del tempo mitico, la posa lenta e contemplativa della memoria. La colomba è vicinanza, cura e promessa, la lentezza di un tempo domestico che si rinnova.
In Cë Bukur, queste due dimensioni convergono nella figura della bambina-colomba: innocente e vivace, ma già custode di un mondo che intreccia memoria, mito e quotidianità. Il falco ha vegliato e continuerà a vegliare; la colomba si posa nei vicoli, dando spazio al ritorno del tempo sospeso, alla crescita e alla continuità della comunità.
Musica e testo in Cë Bukur si fondono per evocare un borgo che non è solo spazio fisico, ma microcosmo mitico e comunitario. La melodia avvolge, accompagna e protegge, mentre le parole trasformano il quotidiano in rito e mito. Attraverso il falco, la colomba e la bambina, Silvana Licursi celebra il legame profondo tra passato e presente, tra memoria e innocenza, ricordandoci che il cuore dei borghi -con i suoi giochi, le storie e le ninna-nanne- è un luogo in cui il tempo si posa e la vita continua a cantare.
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