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domenica 19 ottobre 2025

Cë Bukur, che bella bambina (di Anna Ragno)

Il brano CË BUKUR VAJZË rievoca immediatamente la dimensione dei piccoli borghi come Portocannone, luogo natale di Silvana Licursi. La musica crea un microcosmo sospeso, dove il tempo rallenta e gli spazi familiari diventano universo. La chitarra classica, le percussioni leggere e la voce delicata della cantante costruiscono un ritmo circolare, quasi un respiro, che evoca il gioco dei bambini nei vicoli, i passi lenti delle nonnine sedute sulle sedie di legno davanti alle case, e le ninna-nanne che si diffondono nell’aria al calar del sole. La struttura semplice ed essenziale della musica, con melodie fluide e ornamentazioni vocali leggere, riflette la calma e la continuità del vivere quotidiano nei borghi, dove ogni gesto ha valore e ogni racconto diventa rito.


Montaggio video di Rossella De Rosa

Il tema musicale principale è costruito intorno a motivi ripetitivi e ipnotici, che creano un senso di sicurezza e di appartenenza. Le pause e le legature tra le note evocano il ritmo naturale della vita del borgo: i bambini che corrono, le vecchie che raccontano storie, gli animali che attraversano i vicoli. La melodia sembra muoversi come una carezza, intrecciando più linee melodiche con le inflessioni della lingua arbëreshe, con l'intento di preservare l’identità musicale e culturale del luogo.
Il testo di
Cë Bukur Vajze utilizza un linguaggio semplice e ripetitivo, simile a quello delle filastrocche e delle ninna-nanne, per dare vita a immagini vivide: susinetta, lodoletta, rondinella, ciocchetto pesantino, gattina, lumachina. Questi soprannomi affettuosi trasformano la bambina in un simbolo universale di innocenza, vita e continuità. La ripetizione di “La la la” e di “Che fidanzatina è la nostra!” agisce come un ritornello ipnotico che rafforza il senso di appartenenza alla comunità: ogni bambino è nominato, osservato, accolto e custodito dal microcosmo del borgo.

Il testo evoca un mondo mitico che sopravvive solo nei borghi: il gioco per strada, le storie narrate dalle nonne, le ninna-nanne cantate al tramonto. Ogni elemento del quotidiano diventa simbolo e rituale, creando un ponte tra memoria storica e vita presente. Portocannone, come altri piccoli centri arbëreshë, diventa un luogo in cui il mito non è separato dalla vita, ma si manifesta attraverso le relazioni e i gesti più semplici. Cë Bukur si inserisce in un più ampio percorso musicale della Licursi, in cui la dimensione del borgo viene esplorata attraverso simboli, animali e archetipi. Nei due brani già analizzati in altri scritti:

  • Il Qifti (Il Falco): rappresenta la memoria, il guardiano del mito e della lingua. Il falco sorvola il borgo, osserva e custodisce la continuità della comunità. È l’altezza, la vigilanza, il legame con la storia e le radici del borgo.

  • La Colomba: simboleggia l’attesa, l'eterno ritorno del tempo mitico, la posa lenta e contemplativa della memoria. La colomba è vicinanza, cura e promessa, la lentezza di un tempo domestico che si rinnova.

In Cë Bukur, queste due dimensioni convergono nella figura della bambina-colomba: innocente e vivace, ma già custode di un mondo che intreccia memoria, mito e quotidianità. Il falco ha vegliato e continuerà a vegliare; la colomba si posa nei vicoli, dando spazio al ritorno del tempo sospeso, alla crescita e alla continuità della comunità.

Musica e testo in Cë Bukur si fondono per evocare un borgo che non è solo spazio fisico, ma microcosmo mitico e comunitario. La melodia avvolge, accompagna e protegge, mentre le parole trasformano il quotidiano in rito e mito. Attraverso il falco, la colomba e la bambina, Silvana Licursi celebra il legame profondo tra passato e presente, tra memoria e innocenza, ricordandoci che il cuore dei borghi -con i suoi giochi, le storie e le ninna-nanne- è un luogo in cui il tempo si posa e la vita continua a cantare.

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