Pagine

mercoledì 8 ottobre 2025

Villa Badessa: lo scrigno d’Oriente che resiste in Abruzzo.

 Tra icone bizantine, parole antiche e riti d’Oriente, la comunità arbëreshe di Villa Badessa continua a raccontare la sua storia: l’eredità viva dei discendenti di Giorgio Castriota Scanderbeg.

Nelle colline dolci del Pescarese, a pochi chilometri dal mare, c’è un luogo in cui il tempo non si è spezzato. Villa Badessa, minuscolo borgo del comune di Rosciano, è un frammento d’Oriente incastonato nel cuore d’Abruzzo: un paese che parla ancora arbereshe, celebra in rito greco-bizantino e custodisce, come un tesoro fragile e prezioso, le proprie icone e la propria memoria.

Fondata nel 1743 da esuli albanesi in fuga dall’avanzata ottomana, Villa Badessa è l’unica comunità arbëreshe dell’Abruzzo e una delle poche in Italia dove la tradizione religiosa orientale è rimasta intatta.
Come ricordano i ricercatori del
Ministero della Cultura nelle Giornate Europee del Patrimonio 2021, «la comunità albanese di Villa Badessa rappresenta una memoria viva dell’incontro tra Oriente e Occidente, un piccolo miracolo di continuità e identità condivisa».


La lingua della memoria

Il suono dell’arbereshe — dolce e gutturale, arcaico e familiare — si mescola ancora oggi all’italiano nella quotidianità del borgo.

Secondo la linguista Carmela Perta, che ha dedicato uno studio fondamentale al paese (Sopravvivenze linguistiche arbëreshe a Villa Badessa, LED, 2014), «l’arbereshe non è solo un idioma: è un modo di ricordare. Ogni parola contiene la nostalgia del viaggio, la memoria della partenza, la fedeltà a una storia che continua». È una lingua che vive nei gesti, nei canti, nelle benedizioni, e che i più giovani ascoltano ancora sulle labbra dei nonni come un’eredità affettiva più che scolastica.


Il rito bizantino: la luce dell’Oriente

Il cuore spirituale del borgo è la chiesa di Santa Maria Assunta, dove ogni domenica si celebra la Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo.Il profumo d’incenso, i canti in greco, le icone che riflettono la luce delle lampade a olio: tutto parla un linguaggio antico e universale.

Lo storico Sergio Rossi, nel volume Il rito bizantino in Italia meridionale (2008), lo definisce «un rito che non separa, ma unisce: la parola sacra come ponte tra le due sponde dell’Adriatico».

La liturgia di Villa Badessa non è folclore: è una preghiera vissuta, un gesto di appartenenza a un mondo che continua a respirare sotto nuove forme. Ogni celebrazione è un piccolo viaggio verso le origini, un ricongiungimento con la terra lasciata tre secoli fa.


Le icone: la teologia del colore

All’interno della chiesa e nel piccolo museo parrocchiale si conserva una straordinaria collezione di icone bizantine portate dagli esuli nel XVIII secolo.

Ognuna di esse è un volto antico che guarda chi lo osserva con calma e profondità.
«L’icona — scrive
Angelo Di Berardino (L’iconografia sacra nel rito bizantino, 1999) — non rappresenta Dio, ma lo rende presente. È una finestra sull’eterno». In esse vive ancora la fede dei padri, l’Oriente trasfigurato nei colori dell’Abruzzo.


Memorie che resistono

La comunità di Villa Badessa, come racconta il volume collettivo La memoria ridestata (Associazione Culturale Villa Badessa, 2021), non è un museo, ma una presenza viva.

Tra le voci raccolte nel libro, quella di Silvia Pallini risuona come un manifesto di identità: «Non conserviamo per nostalgia, ma per continuità. Ogni parola, ogni rito, ogni canto è una forma di futuro». E davvero, nel piccolo borgo, il passato non pesa: si trasmette, si adatta, si rinnova.


Gli eredi di Scanderbeg

Gli abitanti di Villa Badessa si sentono ancora legati all’ombra luminosa di Giorgio Castriota Scanderbeg, l’eroe nazionale albanese che difese la libertà del suo popolo.

La loro storia, però, non è solo un capitolo di diaspora: è un messaggio di resilienza culturale, una testimonianza del diritto di ogni comunità a custodire la propria voce senza chiudersi al mondo.

In un tempo in cui tutto sembra dissolversi nell’indifferenza globale, Villa Badessa ci insegna che l’identità non è una corazza, ma un respiro. È memoria che cammina, lingua che si rinnova, fede che illumina. È -come direbbe un vecchio proverbio arbereshe- «la casa che portiamo nel cuore».



Bibliografia essenziale

  • Associazione Culturale Villa Badessa. (2025). Storia, riti, lingua e patrimonio iconografico di Villa Badessa. Disponibile su www.villabadessa.it.

  • Di Berardino, A. (1999). L’iconografia sacra nel rito bizantino: linguaggio teologico e memoria storica. Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana.

  • Ministero della Cultura (MiC). (2021). La memoria viva della comunità albanese di Villa Badessa. Giornate Europee del Patrimonio.

  • Pallini, S. (a cura di). (2021). La memoria ridestata. Villa Badessa: Associazione Culturale Villa Badessa.

  • Perta, C., Ciccolone, S., & Canù, S. (2014). Sopravvivenze linguistiche arbëreshe a Villa Badessa. Milano: LED Edizioni Universitarie.

  • Rossi, S. (2008). Il rito bizantino in Italia meridionale: storia e identità delle comunità greco-orientali. Bari: Edizioni di Pagina.


Nessun commento:

Posta un commento

Silvana Licursi. Quando “stanno arrivando i parenti dello sposo” diventa la voce di un popolo.

  Ascoltare Po vijn krushqit – Stanno arrivando i parenti dello sposo – nella voce di Silvana Licursi , durante l’esibizione di Colonia, ...