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sabato 3 gennaio 2026

Silvana Licursi. Quando “stanno arrivando i parenti dello sposo” diventa la voce di un popolo.

 

Ascoltare Po vijn krushqitStanno arrivando i parenti dello sposo – nella voce di Silvana Licursi, durante l’esibizione di Colonia, significa entrare in un tempo che non è più cronologia, ma rito. Un tempo che avanza lentamente, come un corteo che attraversa monti e campi, accompagnato dal canto. A tre mesi dalla sua scomparsa, questa esecuzione non è solo una memoria sonora: è una presenza che continua a parlare alla comunità arbëreshe e a chi sa ascoltare.

Il canto come rito di passaggio

Po vijn krushqit è uno dei canti nuziali più antichi e simbolici della tradizione albanese e arbëreshe. Non nasce per il palcoscenico, ma per accompagnare un momento preciso del matrimonio: l’arrivo dei krushqit, i parenti dello sposo, che si mettono in cammino all’alba per andare a prendere la sposa. Il canto serve a segnare il passaggio, a rendere collettivo un gesto che è insieme gioioso e carico di responsabilità.

Il testo è semplice e fortemente iconico: i monti, i campi, la pianura attraversata, il sole che appare sulle cime. Non sono immagini poetiche nel senso letterario del termine, ma coordinate rituali. È il paesaggio della comunità che si mette in movimento.

Struttura musicale: il passo che diventa suono

Dal punto di vista musicale, il canto è costruito su una forma strofica con ritornello, tipica dei repertori rituali. Le strofe raccontano il cammino; il ritornello - “Rallegratevi, rallegratevi, o parenti dello sposo” - ha una funzione esortativa e collettiva. Non invita all’euforia, ma alla consapevolezza: qualcosa di importante sta accadendo.

La melodia si muove entro un ambito ristretto, con andamento prevalentemente congiunto. Non ci sono salti melodici né ornamenti virtuosistici: la linea vocale procede come un passo dopo l’altro. Il ritmo è regolare, moderato, quasi processionale, pensato per sostenere il cammino reale dei partecipanti al rito.

Questa apparente semplicità è, in realtà, una forma alta di equilibrio: la musica non deve distrarre, ma tenere unita la comunità nel tempo del rito.

La voce di Silvana Licursi

In questa esecuzione, la vocalità di Silvana Licursi è esemplare per misura e profondità. Il timbro è limpido, naturale, privo di forzature. L’emissione è stabile, radicata, con un fraseggio legato che rispetta la prosodia della lingua arbëreshe. Non c’è mai compiacimento espressivo: ogni verso è pronunciato come un gesto necessario.

Le sospensioni a fine frase non cercano effetto drammatico, ma aprono uno spazio di ascolto, come se la voce lasciasse entrare il respiro della comunità. Silvana non si pone davanti al canto: si mette dentro. La sua voce non guida dall’alto, ma accompagna, sostiene, custodisce.

Testo e musica: una memoria che cammina

Nel canto Stanno arrivando i parenti dello sposo, testo e musica coincidono in un’unica funzione: far avanzare la memoria. Ogni strofa è un tratto di strada, ogni ritornello una conferma collettiva. Il canto non racconta il rito: lo compie.

In questa coincidenza perfetta tra parola, melodia e funzione sociale si riconosce la forza della tradizione arbëreshe, che ha affidato al canto la sopravvivenza della lingua, del gesto e dell’identità.

Doruntina, Kadaré e la voce che attraversa

C’è, in questo canto, un’eco profonda che rimanda a Chi ha riportato Doruntina di Ismail Kadaré. Anche lì qualcuno viene a prendere, qualcuno attraversa campi e montagne, qualcuno mantiene una promessa più forte del tempo. Nel romanzo è la besa, la parola data, a rimettere in moto il mondo; in Po vijn krushqit è la tradizione che si mette in cammino.

Silvana Licursi ha cantato ciò che altri, come Kadare, hanno scritto. Ha dato voce allo stesso immaginario arcaico, dove il ritorno non è nostalgia ma necessità. Se la letteratura fissa il mito sulla pagina, la voce lo rimette in circolo. Il canto, nella sua interpretazione, non descrive: fa accadere.

Una voce che resta

Silvana Licursi è stata molto più di una interprete: è stata una custode, un’ambasciatrice della cultura musicale arbëreshe, una donna capace di portare nei teatri e nelle piazze del mondo una voce che non cercava consenso, ma ascolto. In Po vijn krushqit c’è tutto il suo modo di stare nella tradizione: rispetto, sobrietà, responsabilità.

Oggi, a tre mesi dalla sua scomparsa, questa esecuzione resta come un testamento sonoro. Non solo un documento, ma un passaggio ancora aperto. Perché finché qualcuno canterà “stanno arrivando i parenti dello sposo”, la comunità continuerà a camminare, e la voce di Silvana continuerà ad accompagnarla.

Un grazie che è custodia

Questo canto, questa voce, questa memoria che oggi possiamo ancora ascoltare e attraversare, non vivrebbero allo stesso modo senza chi ha saputo prendersene cura con amore e responsabilità. A Rossella De Rosa, amica del cuore di Silvana, va un ringraziamento che è molto più di una formula: è un riconoscimento profondo. Rossella non solo ha realizzato questo video, ma ha accompagnato Silvana nel tempo, curando e amministrando con competenza e sensibilità il suo patrimonio sonoro, proteggendolo dalla dispersione e dalla dimenticanza. In questo gesto silenzioso e costante c’è lo stesso spirito del canto: custodire, trasmettere, tenere aperto il passaggio. Grazie a lei, la voce di Silvana continua a camminare con noi, come i krushqit all’alba, lungo la strada della memoria condivisa.

sabato 25 ottobre 2025

“Shi shi bo-bo shi! Pioggia pioggia!” Ritratto d’Acqua e di Voce.



C’è un sorriso che precede la voce, nel canto di Silvana Licursi. Lo si avverte subito, prima ancora che la frase onomatopeica prenda forma. Quando attacca quel «shi-shi bo-bo shi… pioggia pioggia…» è come se si aprisse una finestra su un mondo liquido e gentile: la musica non cala dall’alto come un temporale improvviso, ma arriva pian piano, come la pioggia buona che si posa sulle cose e le sveglia con dolcezza.

Dal punto di vista tecnico, la voce di Silvana vive in una tessitura medio-alta che le permette due magie complementari: da un lato accarezza, con un’emissione leggera, rotonda, mai dura;
dall’altro
percuote, trasformandosi essa stessa in ritmo, soprattutto nelle sillabe ripetute, scandite come colpi d’acqua.

Il risultato è un gioco tra melodia e percussione vocale: la voce non si limita a “cantare”, ma diventa strumento, diventa pioggia, diventa battito.

Il ritmo è incalzante ma affettuoso: non pressa, non ingabbia, semmai invita. Gli accenti iterati di “shi-shi” e “bo-bo” creano un pattern ostinato, quasi un piccolo ostinato bachiano ma filtrato attraverso la spontaneità popolare, lieve e gioiosa. È un ritmo onomatopeico e sensoriale, fatto per entrare nelle ossa prima ancora che nella mente. Una volta dentro, ti dondola come una culla: tic-tic, tac-toc, goccia dopo goccia, passo dopo passo.

Dal punto di vista timbrico, la cantante utilizza un registro luminoso, con armonici chiari che aprono lo spettro sonoro e donano brillantezza. Non c’è asprezza: anche quando spinge, conserva umanità, conserva calore, come se ogni nota fosse data, non lanciata. È il calore di chi canta per qualcuno, non davanti a qualcuno.

E poi c’è l’immagine: la pioggia. Ripetuta, evocata, nascosta nel ritmo, mostrata nel testo. È pioggia-ritmo, pioggia-respiro, pioggia-ripetizione. La musica lavora come lavora l’acqua: scava, insinua, rasserena, pulisce.

C’è un punto, nell’ascolto, in cui l’orecchio smette di analizzare. Il corpo prende il sopravvento, e la mente si lascia cullare. In quel momento, voce e ritmo coincidono con una sensazione: leggerezza.

Quando il brano termina, non lascia un silenzio “vuoto”, ma un silenzio bagnato, pieno di riflessi e risonanze interiori. Come quando smette di piovere e tutto è più lucido, più nitido, più vero.
Rimane la sua eco: una carezza sulla pelle dell’aria, una goccia che scivola lenta,
una vibrazione che non ha fretta di dissolversi.

E allora capisci che questa musica — semplice e ipnotica, tecnica e affettiva, ritmica e melodiosa non la ascolti soltanto: la vivi. Ti entra dentro piano, come l’acqua buona, e ci rimane.

C’è qualcosa di tenero e familiare, nel momento esatto in cui la voce inizia a giocare con le parole: «shi shi bo-bo shi… pioggia pioggia…». È come se qualcuno bussasse piano al cuore, con la dolcezza di una mano amica che ti sfiora la spalla per dirti: “Ehi, ascolta, sto per raccontarti una storia d’acqua e di respiro.”

La voce di Silvana non corre: danza. Ha una tessitura che abbraccia, prima ti sfiora leggera, come la prima goccia sul viso, poi sale e si espande con quella grana viva, intensa, meravigliosamente umana. E mentre canta, non ti sembra solo di sentire dei suoni: ti sembra di sentire lei, la sua presenza, la sua tenerezza, il suo gioco.

Il ritmo incalza ma non aggredisce: è un ritmo bambino e primordiale, uno sgocciolio del mondo, un “tic-tic tic-tic” che sorride. Le onomatopee diventano piccole gocce felici: shi-shi, bo-bo, shi… e tu sei lì, come affacciato alla finestra, col naso contro il vetro, a guardare una pioggia che non fa paura: una pioggia che consola.

C’è un momento, nell’ascolto, in cui smetti di pensare. Ti accorgi che stai quasi respirando a tempo, e che dentro di te quell’acqua musicale ha fatto spazio. Ti sentirai più leggero, più morbido, come la terra quando finalmente si lascia bagnare. La voce della cantante ti accompagna sotto un tetto di nuvole buone, quelle che arrivano per far pace con l’aria.

E quando il brano finisce, resta un’eco che non è rumore: è una carezza sonora.
Un piccolo ricordo che dice:
“Sono stata qui. Ho danzato con te. Tornerò, ogni volta che ne avrai bisogno.”

Dedicato a Carlotta.





domenica 19 ottobre 2025

La Bambina e il Borgo. Dedicato a tutti i bambini di Portocannone ( Anna M. Ragno).

Ci sono luoghi dove il tempo non è una strada che corre, ma un cortile che torna. Luoghi piccoli, raccolti, appesi fra cielo e terra, dove l’aria sa di pane e di mare lontano, e le voci rimbalzano tra pietre antiche. Portocannone è uno di quei luoghi: un microcosmo sospeso, un minuscolo universo mitico che vive ancora nella lingua arbëreshe, nelle storie delle nonne sedute sulla soglia, nelle ninna-nanne che scendono lente come filo invisibile tra il sonno dei bambini e la memoria degli antenati.


I bambini di Portocannone ricordano Silvana Licursi
durante la visita del Presidente dell'Albania.

Ascoltando Silvana Licursi, la sensazione è proprio questa: tornare. Non soltanto a un luogo fisico, ma a un’origine emotiva, a un ritmo umano: a un mondo in cui ogni immagine è simbolo e ogni gesto è rito. In questo contesto la musica delle comunità alloglotte del Sud custodisce immagini, gesti e memorie sospese tra cielo e terra.

Qifti, il Falco, non è solo un canto: è volo, attraversamento, memoria. Il falco «parlava la nostra lingua», simbolo di vigore, osservazione e memoria della diaspora. Nel brano la melodia imita il battito delle ali: micro-intervalli, trilli, salti melodici che diventano gesto del volo stesso.
Nel falco c’è la condizione della diaspora: lontananza, ritorno, desiderio. Natura, cielo, comunità: sono la stessa cosa, parlano lo stesso suono, condividono il medesimo destino. Così un borgo diventa cosmo. Piccolo, sì, ma completo.

Dall’alto del cielo, il falco custodisce. Guardando in basso, sulla strada, custodisce la comunità: le nonne con la sedia di legno davanti alla porta, raccontano il mondo come fosse fiaba; trasformano realtà in mito, mito in protezione. Qifti è la voce del guardiano: un vento antico che sorvola i tetti e mantiene viva la continuità tra infanzia e memoria, vegliando come un nume tutelare sugli spazi che restano umani.

E poi c’è l’altra presenza, più dolce e terrestre: la Colomba. La Colomba «si posa dolcemente nel tempo sospeso della memoria». In questo brano la melodia è lenta, circolare, contemplativa: la voce fluisce come acqua su pietre antiche, il tempo si ferma nella posa, nella cura. La colomba non attraversa, non corre: riflette, accoglie, abita.

Nella canzone Cë Bukur — “Che bella bambina” — la figura femminile è simbolo di innocenza, vita e futuro. Dove il falco è altezza e visione, la colomba è terra e carezza: è la bambina che corre nei vicoli, è la purezza che illumina il borgo, è la bellezza semplice che sa di gioco, sorriso e luce del mattino. Il falco vigila; la colomba cresce. Lui è memoria; lei è promessa.

Il testo della “Bella bambina” si anima così con un respiro mitologico:
La la la, che bella bambina abbiamo! … La la la, chi l’ha fatta questa susinetta? …
In questo canto-filastrocca, la bambina diventa «susinetta», «lodoletta», «rondinella», «gattina», «lumachina». Ogni immagine è pacata, tenera, simbolica: il borgo la nomina, la benedice, la custodisce. E la frase-ritorno «Che fidanzatina è la nostra!» non parla d’amore adulto, ma di continuità: comunità che sceglie la vita, il gioco, le radici. Il testo diventa rito d’ingresso, benedizione, tessitura del domani.

In questi due poli -falco e colomba, cielo e terra, mito e quotidiano- si muove il canto di Silvana Licursi. La musica ha la stessa struttura del borgo: essenziale, sincera, quasi sussurrata. Una chitarra, una voce, poche note per dire moltissimo. Nessun rumore di città, nessuna corsa frenetica, nessuna sovrastruttura: solo il tempo giusto del camminare, del fermarsi, dell’ascoltare. È questo respiro lento che rievoca i bambini che giocano sulla strada, o le vecchiette che al tramonto srotolano racconti come fossero gomitoli di lana.

Ogni borgo, quando è vivo, vive così: di cose piccole che diventano grandi. Di simboli semplici che diventano eterni. Di voci che non si spengono, ma si cantano. Tre uccelli migratori - il falco e la colomba e la rondinella - tre metafore della diaspora, tre destini sonori simili: attraversare, posarsi, tornare.

Le nonne della soglia, i bambini della strada, le parole che restano nella lingua arbereshe: sono loro la comunità che tiene vivo il microcosmo mitico. Le storie servono a proteggerci, come ali sopra la notte. Il falco vola, la colomba si posa, la rondinella ritorna. E noi, ascoltando, ci ritroviamo parte di quel tutto perfetto che si chiama casa.

Io credo che questa sia la lezione silenziosa dei piccoli borghi: insegnano che la bellezza non è altrove, ma qui. Il sacro si trova nella piazza, nei vicoli, nelle voci delle nonne, nelle corse dei bambini. La diaspora non è solo lontananza, ma canto. Il canto che conserva, che rilancia, che unisce.

Falco e colomba insieme continuano a raccontarlo: uno vigila, l’altra accarezza. Uno attraversa, l’altra posa. Uno conserva, l’altra rinnova. E così, nel respiro della memoria e della promessa, il borgo resta vivo.


Cë Bukur, che bella bambina (di Anna Ragno)

Il brano CË BUKUR VAJZË rievoca immediatamente la dimensione dei piccoli borghi come Portocannone, luogo natale di Silvana Licursi. La musica crea un microcosmo sospeso, dove il tempo rallenta e gli spazi familiari diventano universo. La chitarra classica, le percussioni leggere e la voce delicata della cantante costruiscono un ritmo circolare, quasi un respiro, che evoca il gioco dei bambini nei vicoli, i passi lenti delle nonnine sedute sulle sedie di legno davanti alle case, e le ninna-nanne che si diffondono nell’aria al calar del sole. La struttura semplice ed essenziale della musica, con melodie fluide e ornamentazioni vocali leggere, riflette la calma e la continuità del vivere quotidiano nei borghi, dove ogni gesto ha valore e ogni racconto diventa rito.


Montaggio video di Rossella De Rosa

Il tema musicale principale è costruito intorno a motivi ripetitivi e ipnotici, che creano un senso di sicurezza e di appartenenza. Le pause e le legature tra le note evocano il ritmo naturale della vita del borgo: i bambini che corrono, le vecchie che raccontano storie, gli animali che attraversano i vicoli. La melodia sembra muoversi come una carezza, intrecciando più linee melodiche con le inflessioni della lingua arbëreshe, con l'intento di preservare l’identità musicale e culturale del luogo.
Il testo di
Cë Bukur Vajze utilizza un linguaggio semplice e ripetitivo, simile a quello delle filastrocche e delle ninna-nanne, per dare vita a immagini vivide: susinetta, lodoletta, rondinella, ciocchetto pesantino, gattina, lumachina. Questi soprannomi affettuosi trasformano la bambina in un simbolo universale di innocenza, vita e continuità. La ripetizione di “La la la” e di “Che fidanzatina è la nostra!” agisce come un ritornello ipnotico che rafforza il senso di appartenenza alla comunità: ogni bambino è nominato, osservato, accolto e custodito dal microcosmo del borgo.

Il testo evoca un mondo mitico che sopravvive solo nei borghi: il gioco per strada, le storie narrate dalle nonne, le ninna-nanne cantate al tramonto. Ogni elemento del quotidiano diventa simbolo e rituale, creando un ponte tra memoria storica e vita presente. Portocannone, come altri piccoli centri arbëreshë, diventa un luogo in cui il mito non è separato dalla vita, ma si manifesta attraverso le relazioni e i gesti più semplici. Cë Bukur si inserisce in un più ampio percorso musicale della Licursi, in cui la dimensione del borgo viene esplorata attraverso simboli, animali e archetipi. Nei due brani già analizzati in altri scritti:

  • Il Qifti (Il Falco): rappresenta la memoria, il guardiano del mito e della lingua. Il falco sorvola il borgo, osserva e custodisce la continuità della comunità. È l’altezza, la vigilanza, il legame con la storia e le radici del borgo.

  • La Colomba: simboleggia l’attesa, l'eterno ritorno del tempo mitico, la posa lenta e contemplativa della memoria. La colomba è vicinanza, cura e promessa, la lentezza di un tempo domestico che si rinnova.

In Cë Bukur, queste due dimensioni convergono nella figura della bambina-colomba: innocente e vivace, ma già custode di un mondo che intreccia memoria, mito e quotidianità. Il falco ha vegliato e continuerà a vegliare; la colomba si posa nei vicoli, dando spazio al ritorno del tempo sospeso, alla crescita e alla continuità della comunità.

Musica e testo in Cë Bukur si fondono per evocare un borgo che non è solo spazio fisico, ma microcosmo mitico e comunitario. La melodia avvolge, accompagna e protegge, mentre le parole trasformano il quotidiano in rito e mito. Attraverso il falco, la colomba e la bambina, Silvana Licursi celebra il legame profondo tra passato e presente, tra memoria e innocenza, ricordandoci che il cuore dei borghi -con i suoi giochi, le storie e le ninna-nanne- è un luogo in cui il tempo si posa e la vita continua a cantare.

Skanderbeg a Roma e nel mondo: l’eroe albanese che unisce città e comunità.

 


Passeggiando per il rione Aventino a Roma, potresti imbatterti in un cavaliere di bronzo che sembra pronto a galoppare fuori dalla piazza. È Skanderbeg, l’eroe albanese del XV secolo, immortalato in tutta la sua fierezza in Piazza Albania. Con il suo elmo caratteristico e la spada pronta, guarda i passanti come a ricordare coraggio, libertà e radici lontane.

La statua fu realizzata dallo scultore italiano Romano Romanelli e inaugurata il 28 ottobre 1940, in un periodo storico in cui l’Italia aveva un legame particolare con l’Albania. Originariamente pensata per Tirana, alla fine trovò casa a Roma, trasformando la piazza in un piccolo ponte tra due culture.

Non è un caso che Skanderbeg sia così presente: in moltissimi paesi albanesi e nelle comunità arbëreshe d’Italia si trovano statue a lui dedicate. Ogni busto, ogni monumento racconta lo stesso messaggio di libertà, resistenza e identità nazionale. Per gli albanesi e le comunità arbëreshe, queste statue sono un legame tangibile con la propria storia e cultura, un modo per sentirsi a casa anche lontano dalle proprie terre.

Anche chi passa per caso non può fare a meno di restare colpito dalla forza e dalla maestosità del cavaliere, così reale da sembrare pronto a muoversi da un momento all’altro. Tra i palazzi dell’Aventino e la Piramide Cestia, la statua di Roma è un esempio concreto di come la memoria di Skanderbeg unisca comunità, città e nazioni diverse, ricordando che la storia può comparire nei luoghi più inattesi e farsi straordinariamente vicina.


sabato 18 ottobre 2025

Il Bektashismo albanese: un ponte spirituale tra fede, libertà e identità (di Anna M. Ragno)

Tra le montagne e le pianure d’Albania si nasconde una delle esperienze spirituali più singolari dei Balcani: il Bektashismo.

Quando si entra in una tekke -la casa rituale dei Bektashi- si percepisce subito un’atmosfera diversa da quella delle moschee o delle chiese. Non c’è separazione netta tra “fedeli” e “maestri”, né rigidi confini tra ortodossia e libertà. Si respira piuttosto una religiosità intima e conviviale, che mette al centro l’uomo, la parola e l’ospitalità.

Da appassionata di temi antropologici, ciò che mi colpisce nel Bektashismo albanese è la sua capacità di abbracciare le differenze: è un Islam che dialoga con il cristianesimo, con il folklore e perfino con l’agnosticismo. In Albania -paese in cui quattro fedi convivono da secoli- i Bektashi hanno incarnato un modello di pluralismo religioso ante litteram, fondato non sul dogma ma sul rispetto reciproco e sulla ricerca spirituale condivisa.

L’arte di unire: tra poesia e nazionalismo

La storia dei Bektashi si intreccia con quella della rinascita nazionale albanese. Nel XIX secolo, mentre l’Impero Ottomano declinava, molti intellettuali Bektashi -come i fratelli Frashëri- usarono la poesia e l’epica religiosa per risvegliare l’identità del loro popolo.

Opere come Hadikaja e Myhtarnameja non sono solo testi devozionali, ma veri e propri manifesti culturali: celebrano la sofferenza e la giustizia (ispirandosi alla tragedia di Kerbela), ma parlano anche di libertà, di patria e di lingua. È affascinante notare come, attraverso i versi bektashia, l’Albania abbia cominciato a parlare di sé in albanese, non più in turco o in arabo.

Curiosamente, molte di queste poesie venivano cantate durante le feste religiose, accompagnate da tamburi e liuti. Così il messaggio nazionale passava di bocca in bocca, di villaggio in villaggio, tra mistica e musica.

Il cuore aperto dei Bektashi

Ciò che distingue profondamente il Bektashismo è la sua teologia dell’apertura.
Per i Bektashi, Dio non è distante: è “nascosto” in ogni essere umano, e la verità si manifesta nel dialogo, non nella chiusura. Nelle
tekke si accolgono viaggiatori, cristiani, atei, sufi di altre confraternite; si discute, si mangia insieme, si raccontano storie.

Questo spirito inclusivo ha permesso al Bektashismo di resistere alle persecuzioni, dall’abolizione degli ordini sufi in Turchia nel 1925, alla repressione del regime comunista albanese, che nel 1967 vietò ogni forma di culto. Eppure, nei decenni più bui, molti Bektashi continuarono a riunirsi in segreto, a leggere poesie e a commemorare gli antenati. Non come atto politico, ma come atto d’amore e memoria.

Dialogo come forma di fede

L’Albania contemporanea -dove il centro mondiale del Bektashismo (la Kryegjyshata Botërore) è oggi un luogo di incontro per fedeli e studiosi- è la testimonianza vivente che una spiritualità può essere profondamente religiosa ma anche laica nel cuore.

Durante le cerimonie più importanti, come la Dita e Sulltan Nevruzit (il 22 marzo, giorno della rinascita), si vedono musulmani, ortodossi e cattolici fianco a fianco. Non è un gesto ecumenico imposto, ma un’usanza antica: l’idea che la fede, per essere autentica, deve invitare l’altro alla mensa.

Un derviscio anziano mi raccontava che nei villaggi del sud, quando un cristiano passava davanti a una tekke, si fermava per bere un bicchiere d’acqua benedetta e scambiare una parola con i Bektashi. “Dio”, mi disse con un sorriso, “è contento quando gli uomini parlano tra loro.”

Curiosità e simboli nascosti

  • Il simbolo dei Bektashi è l’ascia a doppia lama (teber), che rappresenta la giustizia e il coraggio di dire la verità.

  • I dervisci Bektashi indossano un cappello bianco chiamato “tac”, che ha dodici pieghe in onore dei dodici Imam sciiti, ma anche come richiamo alle dodici virtù dell’uomo giusto.

  • Durante le cerimonie, il vino - proibito nell’Islam ortodosso- è usato simbolicamente per rappresentare l’amore divino. Questo gesto esprime bene la loro visione poetica della fede: l’ebbrezza non come peccato, ma come metafora dell’unione con Dio.

Un modello per il futuro

Nell’attuale contesto globale, segnato da tensioni religiose e radicalismi, il Bektashismo offre una lezione preziosa: la spiritualità non è l’opposto della tolleranza, ma il suo respiro più profondo.
I Bektashi ci ricordano che la fede può essere
un linguaggio di libertà, di arte e di amicizia, non un recinto.

Per questo l’Albania, pur piccola e periferica, custodisce nel suo cuore una tradizione che il mondo moderno avrebbe bisogno di ascoltare di più.

Il Bektashismo albanese è una testimonianza straordinaria di come l’uomo possa restare fedele a Dio senza rinunciare al mondo. È una mistica della convivenza, una poesia vissuta, un laboratorio di pace silenziosa. In un tempo in cui le religioni spesso si ergono come muri, i Bektashi continuano, pacificamente, a costruire ponti.


venerdì 17 ottobre 2025

La legge dell’onore: la Besa, l’ospitalità e il volto umano del Kanun ( di Anna M. Ragno).

In Albania, tra montagne impervie e villaggi isolati, la legge non era scritta nei codici ma negli animi.
Il Kanun di Lekë Dukagjini, antico ordinamento orale, ha regolato per secoli la vita del popolo albanese, fondando la giustizia sul rispetto, la parola data e l’ospitalità.
Durante la Seconda guerra mondiale, proprio questi principi  -besa e accoglienza- portarono centinaia di famiglie a salvare vite umane: ebrei in fuga e soldati italiani sbandati. Una lezione di umanità che ancora oggi risuona come un inno alla dignità.


La Besa: la parola che vincola e protegge

“Dare la besa è promettere vita, non solo protezione.”
Detto albanese

La besa è la promessa sacra, la parola che non si può tradire.
Nel mondo del Kanun, chi concede la besa assume su di sé la responsabilità totale dell’altro: difenderlo, nutrirlo, proteggerlo. È un giuramento che lega la persona alla comunità e a Dio, più forte di qualsiasi contratto scritto.

Quando, durante l’occupazione nazista, gli ebrei cercarono rifugio, gli albanesi risposero con la besa.
Più di 200 persone furono salvate da famiglie che li accolsero come figli, nascondendoli nelle proprie case, condividendo con loro pane, paura e speranza. Nessun ebreo albanese fu deportato.

Oggi, 72 albanesi — musulmani in maggioranza — sono riconosciuti da Yad Vashem come “Giusti tra le Nazioni”. Non agirono per ideologia, ma perché la besa non si discute: si mantiene, sempre.

La casa e l’ospite: la sacralità dell’accoglienza

“La casa dell’albanese appartiene a Dio e all’ospite.”
Kanuni i Lekë Dukagjinit

Nel Kanun, la casa (shpija) è un microcosmo del sacro. Chi vi entra come ospite è inviolabile: deve essere accolto e difeso anche a costo della vita. Non si tratta di cortesia, ma di un dovere morale che rende l’ospite parte temporanea della famiglia e, dunque, della comunità.

Nel 1943, dopo l’armistizio italiano, questo principio si ripeté: contadini e pastori albanesi offrirono rifugio ai soldati italiani sbandati. Li nascose nei fienili, li sfamò, li aiutò a fuggire. In un Paese povero e occupato, quell’ospitalità diventò un atto di eroismo silenzioso, radicato nella cultura più che nella politica.

“Il Kanun non è solo un codice di punizioni, ma un linguaggio etico.
In esso la parola data ha valore sacro, l’ospite è intoccabile,
e la giustizia si misura in termini di equilibrio e onore.”
Patrizia Resta, Il Kanun di Lek Dukagjini, Besa, 1996

Giustizia e rito: il senso dell’equilibrio

Il Kanun non è mera norma, ma ritualità della giustizia. Ogni azione ha un valore simbolico: dall’ospitalità al matrimonio, dalla parola data alla vendetta. Persino la gjakmarrja, la vendetta di sangue, si inscrive in un orizzonte di riparazione, non di cieca violenza.
Come spiega Patrizia Resta nel suo saggio La vendetta nella cultura albanese, essa rappresenta «una forma arcaica di giustizia, una risposta simbolica alla frattura dell’onore». In questa visione, la legge non nasce dallo Stato, ma dal corpo sociale. La comunità non punisce: ricompone.

Le donne e le burrnesha: la forza della trasformazione

Accanto alla rigidità patriarcale del Kanun, emergono figure femminili di grande potenza simbolica. La donna è custode dell’onore domestico, mediatrice di pace e memoria del clan. Ma vi è anche l’eccezione: le burrnesha, o “vergini giurate”, donne che scelgono di vivere come uomini per garantire la sopravvivenza della famiglia.

Rinunciando alla sessualità, assumono ruoli maschili e diventano capifamiglia, giudici, guerriere. In loro il Kanun mostra un volto sorprendente: quello di una tradizione capace di adattarsi, di concedere libertà dentro la regola.

Un’eredità morale che resiste

Il Kanun di Lekë Dukagjini resta una delle più profonde espressioni del pensiero etico balcanico. Non un residuo del passato, ma una memoria attiva, una lezione di responsabilità che attraversa i secoli.

Quando gli albanesi salvarono ebrei e soldati italiani, non applicarono un diritto positivo: seguirono una legge non scritta, la legge dell’onore. La besa e l’ospitalità fecero dell’Albania un’oasi di umanità in un’Europa in guerra.

Come scrive Patrizia Resta, “nel Kanun, l’onore è la misura dell’uomo. Ed è proprio l’onore, inteso come fedeltà alla parola, che ha permesso a un piccolo popolo di compiere un gesto di grandezza universale”.

Bibliografia essenziale

  • Resta, Patrizia (1996). Il Kanun di Lek Dukagjini. Le basi morali e giuridiche della società albanese. Nardò: Besa.

  • Resta, Patrizia (2018). La vendetta nella cultura albanese. In Pensare il sangue, Corigliano Rossano.

  • Gjeçovi, Shtjefën (1933). Kanuni i Lekë Dukagjinit. Shkodër: Shtypshkronja Françeskane.

  • Yad Vashem, Giusti tra le Nazioni – Albania, archivio ufficiale.


Silvana Licursi. Quando “stanno arrivando i parenti dello sposo” diventa la voce di un popolo.

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