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domenica 5 ottobre 2025

Dove la lingua diventa canto.



C’è una lingua che ha attraversato cinque secoli di vento e di silenzio.

Una lingua che ha resistito al tempo, alle frontiere, alle mode e alla dimenticanza.
Questa lingua è l’
arbërisht, la voce antica degli arbëreshë, gli albanesi d’Italia, figli di un esilio che non ha mai smesso di parlare.

Quando lasciarono l’Albania, tra il 1468 e il 1534, gli antenati arbëreshë portarono con sé poche cose: qualche icona bizantina, dei semi da piantare, e la lingua.

Quella lingua, più che un mezzo, era una promessa.
Nelle nuove terre del Sud, tra gli ulivi, le pietre e le colline di Calabria, Basilicata, Sicilia, Molise e Puglia, l’arbërisht divenne
una casa invisibile, il confine più intimo della memoria.

Tra le chiese del rito greco-cattolico e le case di pietra, continuò a respirare nei nomi, nei saluti, nei canti nuziali e nei lamenti delle madri.

Non serviva scriverlo: bastava dirlo per sapere chi si era.

Ogni villaggio arbëresh è stato una piccola isola di fedeltà.
In quelle piazze il tempo sembrava rallentare, come se le parole avessero il potere di trattenere il passato.

La lingua sopravviveva perché significava: significava appartenenza, ricordo, differenza, radice.
Così, mentre il mondo mutava, l’arbërisht restava una fiamma discreta, custodita da madri che parlavano ai figli come si parla ai sogni, da sacerdoti che cantavano le liturgie in una lingua venuta da lontano, da comunità che riconoscevano in ogni sillaba una scintilla d’origine.

Le ragioni di questa resilienza linguistica sono profonde e intrecciate.
L’isolamento dei paesi interni ha permesso per secoli la trasmissione naturale del linguaggio.
Il rito bizantino ha mantenuto viva una forma di prestigio simbolico, un’aura sacra attorno alla parola.

La coesione familiare e la rete sociale hanno fatto del linguaggio un gesto quotidiano d’amore.
E, sopra ogni cosa, la
coscienza identitaria collettiva ha trasformato l’arbërisht in un atto di scelta: non una reliquia, ma una dichiarazione d’esistenza.

In termini moderni, potremmo dire che gli arbëreshë hanno esercitato un vero e proprio atto comunitario di memoria, una “scelta consapevole di resistenza linguistica”, la volontà condivisa di ricordarsi attraverso la lingua e di custodirla per oltre cinque secoli.

Poi è arrivata la musica.

E con essa, una voce che ha dato nuova linfa al respiro antico: Silvana Licursi.
Le sue canzoni sono come piccole barche che solcano il tempo, portando con sé parole antiche, sillabe levigate dal vento della memoria.

Con la sua arte, Licursi ha raccolto la fiamma dell’arbërisht e l’ha fatta risuonare in una forma nuova, capace di unire chi ricorda e chi ha dimenticato.
Nelle sue melodie la lingua non è solo un codice: è
respiro, eco, preghiera.

Ogni nota sembra sussurrare: “Ascolta, siamo ancora qui.”

La musica ha un potere che la lingua, da sola, spesso perde: entra nel corpo, nelle vene, nella memoria emotiva.

Le neuroscienze del linguaggio direbbero che suono e parola condividono gli stessi sentieri cerebrali, quelli che custodiscono emozione e ricordo. Ma oltre le scienze, resta il mistero: il fatto che una canzone possa riattivare una lingua dormiente, ridarle il calore della voce umana.

Le canzoni di Silvana Licursi cristallizzano l’arbërisht — lo fissano nel suono, lo rendono vivo anche per chi non lo parla più.

Ogni parola cantata diventa un piccolo atto di resistenza contro l’oblio, un frammento d’eternità sospeso tra la nostalgia e la speranza.

Oggi l’arbërisht vive nelle scuole, nei libri, nei festival, ma soprattutto nelle voci.
Nelle voci che lo parlano, che lo insegnano, che lo cantano.
È una lingua che ha imparato a non morire, trasformandosi in
melodia, simbolo, pelle.
E nelle canzoni di Silvana Licursi quella lingua ritrova il proprio corpo, la propria luce, la propria necessità.
Licursi non canta soltanto parole: canta
una sopravvivenza.
Canta per tutti coloro che sanno che una lingua non è un museo, ma un organismo vivo, che respira nell’amore e nella nostalgia.

Così, la storia degli arbëreshë diventa una lezione silenziosa per il nostro tempo.
Le lingue non muoiono quando smettono di essere parlate, ma quando smettono di
significare qualcosa per il cuore.

L’arbërisht, invece, continua a dire.

Dice chi siamo stati, chi siamo, e chi potremmo essere ancora.
E nelle note di Silvana Licursi, quella voce antica torna a danzare tra gli ulivi, a pronunciare il mondo con parole limpide, come se ogni suono potesse — ancora una volta —
salvare la memoria.



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