C’è una lingua che ha attraversato cinque secoli di vento e di silenzio.
Una lingua che
ha resistito al tempo, alle frontiere, alle mode e alla
dimenticanza.
Questa lingua è l’arbërisht,
la voce antica degli arbëreshë,
gli albanesi d’Italia, figli di un esilio che non ha mai smesso di
parlare.
Quando lasciarono l’Albania, tra il 1468 e il 1534, gli antenati arbëreshë portarono con sé poche cose: qualche icona bizantina, dei semi da piantare, e la lingua.
Quella lingua, più che un
mezzo, era una promessa.
Nelle nuove terre del Sud, tra gli
ulivi, le pietre e le colline di Calabria, Basilicata, Sicilia,
Molise e Puglia, l’arbërisht divenne una
casa invisibile, il confine più
intimo della memoria.
Tra le chiese del rito greco-cattolico e le case di pietra, continuò a respirare nei nomi, nei saluti, nei canti nuziali e nei lamenti delle madri.
Non serviva scriverlo: bastava dirlo per sapere chi si era.
Ogni villaggio arbëresh è
stato una piccola isola di
fedeltà.
In quelle piazze
il tempo sembrava rallentare, come se le parole avessero il potere di
trattenere il passato.
La lingua sopravviveva perché
significava:
significava appartenenza, ricordo, differenza, radice.
Così,
mentre il mondo mutava, l’arbërisht restava una fiamma
discreta, custodita da madri che parlavano ai figli come si parla ai
sogni, da sacerdoti che cantavano le liturgie in una lingua venuta da
lontano, da comunità che riconoscevano in ogni sillaba una scintilla
d’origine.
Le ragioni di questa
resilienza linguistica
sono profonde e intrecciate.
L’isolamento dei paesi interni ha
permesso per secoli la trasmissione naturale del linguaggio.
Il
rito bizantino ha mantenuto viva una forma di prestigio simbolico,
un’aura sacra attorno alla parola.
La coesione familiare e la
rete sociale hanno fatto del linguaggio un gesto quotidiano
d’amore.
E, sopra ogni cosa, la coscienza
identitaria collettiva ha
trasformato l’arbërisht in un atto di scelta: non una reliquia, ma
una dichiarazione d’esistenza.
In termini moderni, potremmo dire che gli arbëreshë hanno esercitato un vero e proprio atto comunitario di memoria, una “scelta consapevole di resistenza linguistica”, la volontà condivisa di ricordarsi attraverso la lingua e di custodirla per oltre cinque secoli.
Poi è arrivata la musica.
E con essa, una voce che ha
dato nuova linfa al respiro antico: Silvana
Licursi.
Le sue canzoni sono
come piccole barche che solcano il tempo, portando con sé parole
antiche, sillabe levigate dal vento della memoria.
Con la sua arte, Licursi ha
raccolto la fiamma dell’arbërisht e l’ha fatta risuonare in una
forma nuova, capace di unire chi ricorda e chi ha dimenticato.
Nelle
sue melodie la lingua non è solo un codice: è respiro,
eco, preghiera.
Ogni nota sembra sussurrare: “Ascolta, siamo ancora qui.”
La musica ha un potere che la lingua, da sola, spesso perde: entra nel corpo, nelle vene, nella memoria emotiva.
Le neuroscienze del linguaggio direbbero che suono e parola condividono gli stessi sentieri cerebrali, quelli che custodiscono emozione e ricordo. Ma oltre le scienze, resta il mistero: il fatto che una canzone possa riattivare una lingua dormiente, ridarle il calore della voce umana.
Le canzoni di Silvana Licursi cristallizzano l’arbërisht — lo fissano nel suono, lo rendono vivo anche per chi non lo parla più.
Ogni parola cantata diventa un piccolo atto di resistenza contro l’oblio, un frammento d’eternità sospeso tra la nostalgia e la speranza.
Oggi l’arbërisht vive nelle
scuole, nei libri, nei festival, ma soprattutto nelle voci.
Nelle
voci che lo parlano, che lo insegnano, che lo cantano.
È una
lingua che ha imparato a non morire, trasformandosi in melodia,
simbolo, pelle.
E nelle
canzoni di Silvana Licursi quella lingua ritrova il proprio corpo, la
propria luce, la propria necessità.
Licursi non canta soltanto
parole: canta una
sopravvivenza.
Canta per
tutti coloro che sanno che una lingua non è un museo, ma un
organismo vivo, che respira nell’amore e nella nostalgia.
Così, la storia degli
arbëreshë diventa una lezione silenziosa per il nostro tempo.
Le
lingue non muoiono quando smettono di essere parlate, ma quando
smettono di significare qualcosa
per il cuore.
L’arbërisht, invece, continua a dire.
Dice chi siamo stati, chi
siamo, e chi potremmo essere ancora.
E nelle note di Silvana
Licursi, quella voce antica torna a danzare tra gli ulivi, a
pronunciare il mondo con parole limpide, come se ogni suono potesse —
ancora una volta — salvare la
memoria.
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